Visualizzazione post con etichetta teatro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta teatro. Mostra tutti i post

martedì 19 gennaio 2016

Oggetti smarriti... e se ci riuscissimo a farli tornare a casa?

Ciao a tutti,è tanto che non scrivo, perché fondamentalmente non avevo niente da dire. Il 2015 era stato duro e difficile quanto il 2013 e il 2014, avevo sperato di risollevarne le sorti con il blog e la fisioterapia, ma quando dentro senti che qualcosa non torna, ha poco senso nasconderti dietro  un dito. Ieri, però, è successa una cosa che mi ha profondamente colpita e intendo colpita come un fulmine al cuore!Chi mi conosce lo sa, non sono un'amante di gioielli e preziosi in senso stretto: se non hanno un valore affettivo non racchiudono alcun interesse per me; non mi sfracello sulle vetrine luccicanti delle gioiellerie, la bigiotteria non mi attrae come una gazza ladra e se devo ricevere un regalo preferisco un libro... ma quando quel gioiello rappresenta un affetto forte, unico e speciale, allora tutto cambia.Qualche tempo fa comprai un cosiddetto "Sacchettino di protezione" una collana di corda con in fondo un sacchettino (nel mio caso di velluto verde acqua scuro) al cui interno era possibile mettere quello che si voleva: l'importante era che avesse una valenza affettiva tale da proteggerti nel corso della giornata. Io credo poco, anzi, non credo per niente, e dopo un trascorso cristiano da ultras (catechismo presenze 10/10 - messe in una settimana mi vergogno quasi a dirlo - membro del coro della chiesa - basta che sennò mi sento male!) la mia fede si è spostata in altri contesti, più cosmologici che teologici, per spiegarmi meglio: credo nell'energia dell'uomo e della natura, non in una forza divina (di qualsiasi sorta o provenienza) che segni le nostre decisioni, destini e via dicendo. Negli affetti credo ancora di più. Nelle persone che ti amano e te lo dimostrano sempre, non quando fa loro comodo, o capita per caso, no! Di quelle per cui tu vali tanto e te lo dicono giorno dopo giorno, che se stai male ci sono, se stai bene ci sono, se non le vuoi ci sono ancora di più, perché sanno che la solitudine ti uccide e ti conoscono meglio di quanto tu ti conoscerai mai. Di quelle rare, che non a tutti capita di incontrare, ma se le trovi sei costretto a credere di nuovo nel genere umano, anche se in passato ti ha deluso tanto e continua a deluderti: loro sono in grado di spazzare via il brutto nell'uomo, di regalarti fiducia nel prossimo. Insomma, sono rare, ma ci sono e quando ti regalano qualcosa tu lo tieni stretto a te come fosse parte della tua carne.Questo io ho fatto. Giravo e rigiravo il sacchettino nelle mani, immaginando cosa ci potesse essere dentro di tanto potente da farmi sentire protetta, e la soluzione arrivò da sola: due anelli di non molto valore economico, ma affettivo quello sì. Li avevo portati al dito uniti tanto e tanto a lungo da farmi venire un callo, li tenevo da sei anni al dito... sei lunghissimi anni in cui quelle due presenze mi hanno protetta nonostante tutto. Solo che ora le mie dita ospitavano altri anelli, importanti anch'essi, e non riuscivo a portarli più. Li ho messi nel sacchettino perché fossero sempre con me, proprio come lo erano stati per ben sei anni.E ieri, quando mi cambiavo in sala con gli allievi nani malefici che scorrazzavano di qua e di là e mi sono sentita vuota al petto mi si è fermato il sangue. Ho pensato come e dove potevo aver perduto il sacchettino, ho svuotato le borse, cercato fra i vestiti, mi sono spogliata e rivestita interamente. Il mio sacchettino non c'era più. Sarei corsa indietro, avrei fatto la strada di nuovo tutta, sino alla macchina, ma non potevo. Ero responsabile dei bambini, e nessuno poteva sostituirmi. Non ero sicura di averlo perso lì, è vero, ma facendo la strada a ritroso almeno avrei evitato di sentirmi inutile nel non fare niente...Ho continuato a lavorare confortandomi con l'idea: "lo hai lasciato a casa... tranquilla!" Ma rientrando la sera tardi, la mia camera è risultata vuota. Nessun sacchettino ad accogliermi, a dirmi: "Ehi, mi avevi lasciato qui, vedi? Non vado da nessuna parte se non al tuo collo...".Strano come la perdita di una piccola cosa possa risultare così distruttiva. A me quell'oggetto (e ciò che conteneva soprattutto) faceva stare bene, era un modo per sentire quelle persone vicine al mio cuore, e per sempre al mio fianco. E adesso sono triste, nel vero senso della parola, triste e arrabbiata perché so che chiunque lo abbia trovato, col cavolo che me lo riporterà! E se invece non fosse così? Se la persona in questione - pur tentata dal suo contenuto - avesse in mente di restituirlo al suo legittimo proprietario, perché ritiene sia un oggetto importante per chi lo ha perduto? Sì, voglio avere fiducia nel genere umano. Dimostriamo al mondo di cosa è capace l'uomo se si mette in testa di fare qualcosa di bello, e in fondo è una piccolissima cosa... restituire un oggetto al suo proprietario, dovrebbe essere insito nell'uomo e spero che lo sarà anche stavolta, anzi ne sono sicura.L'oggetto in questione è quello che vedete nella foto in alto, pendente al mio collo, vicino a #poldino (di cui un giorno vi parlerò, promesso). Fra l'altro nella foto in questione potete notare uno degli anelli ancora al mio dito medio sinistro, ma metto una foto più nitida così capite meglio.
Uno è la fascia che vedete al medio sinistro, una semplice fascia di metallo, con sopra incisi quattro scorpioni (o cinque non ricordo bene). E' stato il primo anello che amodes (l'amore della mia vita) mi ha regalato. Stavamo insieme da quindici giorni e lui, nella sua meravigliosa semplicità, mi regalò un anello con il mio segno inciso sopra: "Ho visto prima che lo guardavi... ti piaceva... te l'ho preso". Un gesto così piccolo per lui, un legame infinito per me. Ecco quello che contiene. Legami, affetti, ricordi.L'altro anello è quello che nella foto sopra porto al medio destro. Me lo aveva regalato un mio amico, per un motivo ben preciso. Quando avevo sedici anni avevo un anello a fascia semplice, che tenevo al pollice. Non me lo toglievo mai, era sempre con me. Ci giocavo mentre parlavo e mi identificava come persona per chi mi conosceva abbastanza bene da aver trascorso del tempo al mio fianco. Una di queste persone era (ed è) il mio migliore amico, che qualche anno dopo, fu costretto ad adempiere alla leva obbligatoria; non poteva più rinviare per via dei suoi studi, il paese chiamava e lui doveva partire. Per me fu un duro colpo, eravamo sempre insieme, io e lui, compagni di avventure e disavventure del caso, a sperimentare la vita a suon di risate. Lo immaginai nella caserma, da solo, in un mondo dove di risate ce n'erano sì, ma anche tanti silenzi e facce brutte, e decisi di dargli il mio anello: "Portalo con te, saprai che qualcuno a casa aspetta il tuo ritorno." Partì. Ci sentivamo non tanto spesso, non aveva tutta questa libertà, ma quando lo facevamo batteva sulla cornetta del telefono il mio anello, quello che si era messo al collo: "Lo porto sempre con me!" e io stavo bene. Eravamo uniti e vicini, nonostante tutto. Quando tornò a casa la prima cosa che fece fu rendermi l'anello:"è un po' consunto, ma facendolo lucidare torna come nuovo. Grazie, mi è servito per sentire che casa non era poi così lontana.""Tienilo tu - dissi - ormai è tuo. Ti dirà che ovunque andrai potrai tornare, io ci sarò, e che dovunque andrò potrò tornare, tu ci sarai!" E così fu. Quell'anello ci teneva legati, l'uno all'altra, a prescindere da chiunque entrasse nella nostra vita. Poi un giorno uscimmo, una sera come tante, di quelle che avevamo trascorso mille volte insieme e con una scusa banale: "Apri il portaoggetti, me lo prendi quel sacchetto?" mi porse una scatolina, "è tuo, così anche tu avrai qualcosa che ti conduce a me". Era un anello, quell'anello al mio dito medio destro nella foto sopra, con tre cerchi, uno più grande al centro e due più piccoli ai lati, e due piccole pietre sopra a quello centrale.Ecco il contenuto del mio sacchettino, pezzi della mia vita che sono belli, di quei momenti di cui hai bisogno per capire che non tutto è perduto, nonostante il mondo ti dimostri il contrario. Domenica mattina sono sicura di averlo avuto ancora al collo, e anche domenica pomeriggio, ma non essendone sicura, spiegherò il percorso fatto da domenica pomeriggio a lunedì pomeriggio - 24 ore in cui il sacchettino si è perso nell'universo!Firenze: Domenica pomeriggio ore 16:00 ho preso la tranvia alla fermata Talenti in direzione Stazione centrale.Ore 16:30 sono stata alla mostra Bellezza Divina a Palazzo Strozzi.Ore 19:13 ho preso il treno regionale da Firenze Santa Maria Novella diretto a Foligno, davanti a me erano seduti due ragazzi: uno sulla trentina e del Valdarno (era una faccia conosciuta, ma non ricordavo dove lo avessi visto), l'altro in età compresa fra 16 e 19 anni, amico delle due ragazze sedute alla mia sinistra, intente a leggere e ascoltare musica. Sono scena a San Giovanni Valdarno e sono tornata a casa.Lunedì pomeriggio - ore 16:10 circa - ho parcheggiato dietro la Stazione di San Giovanni Valdarno, ho fatto il sottopassaggio, attraversato Corso Italia, piazza Cavour ed entrata all'Acli dove faccio lezione di Teatro tutti i lunedì pomeriggio. Quando mi sono spogliata per fare lezione con gli allievi il sacchettino non c'era più.So che può sembrare un'impresa impossibile, ma credo nell'umanità e so che il sacchettino può tornare a casa. Ci vogliamo provare? Diffondete ovunque! Facciamo girare la notizia, prendete la foto, fate post... Dimostriamoci che siamo meglio di come ci dipingono e che l'onestà esiste ancora! Grazie e che #riportiamoilcuoreacasa abbia inizio!

martedì 17 novembre 2015

#compleanno #pinkpunkgirl - seconda puntata: #Realtà martedì 3 novembre / giovedì 5 novembre

Premessa: ieri era nei piani che uscisse la seconda puntata dedicata al mio compleanno. Avevo pensato di lasciar perdere, poi stamattina ho cambiato idea. Mi scuso con chi, sulla scia degli atroci eventi degli scorsi giorni, si sentirà offeso dalla mia frivolezza.  
Se state leggendo la seconda puntata significa che siete già a conoscenza della prima (e se così non fosse, cliccate qui) dove spiegavo quali fossero le aspettative per il mio trentunesimo compleanno, e dove in qualche modo si intuiva quanto si fossero rivelate al di sotto della realtà. Ebbene oggi inizia la carrellata di eventi che ha caratterizzato la settimana del mio compleanno, una settimana intera giuro, neanche fossi Caterina di Russia... Devo ammettere che è stato bello sentirmi festeggiata, comprendere quante persone si erano preoccupate per la mia felicità (dato che gli ultimi anni sono stati del tipo: gente il cui unico scopo è distruggerti la vita, così a caso, perché la loro è di una mediocrità tale da far rabbrividire la mediocrità stessa.
Vi anticipo che le puntate saranno tre, perché racchiudere tutto in una volta voleva dire fare un dramma a stazioni, una prosopopea tale da far annoiare anche i lettori più allenati... e poi voglio ricordare e fermare nel tempo ogni momento, quanto mi è stato dato è troppo speciale per rischiare di dimenticarne anche un attimo. Oltre questa vi attendono ancora:

  1. Sabato 7 novembre - terza puntata
  2. Il Konnubio - #Veganbirthday

Ma partiamo dal principio. 

Martedì 3 novembre:

Mattina: Ho saltato fisioterapia (mhuahahahah risata satanica) perché volevo dormire! Il mio primo regalo sarebbe stato il letto caldo, morbido e confortevole, e così è stato. Me la sono goduta come non mi succedeva da tempo (dovete considerare che per chi soffre di insonnia godersela ha più o meno il senso di: dormire 5 ore di fila al mattino, mentre il mondo corre e tu invece puoi fermarti.) Mi sono alzata alle 10:00 sentendomi la persona più fortunata del mondo. 
I miei genitori rientrano poco dopo con torta per me e un treno di regali... il babbo e la mamma restano tali, anche se compi trentun'anni. Tre pigiami (il mio indumento preferito) tutti sulle tonalità di rosa, un libro (di cui vi parlerò in seguito quando l'avrò finito, sequel compresi) e oggettistica varia per la casa, dato che qualcuno si sta armando per andare a vivere da sola! Inoltre un bel gruzzoletto versato in banca per sopperire alla montagna di tasse da pagare, in quanto libera professionista di stacippadilippa. Non c'è di che Renzi!
Pomeriggio: avevo il corso della Lingua dei Segni, e non poteva fermarsi per me (per il Papa sì, ma questa è un'altra storia e un'altra polemica), quindi ci vado senza troppa convinzione, ma felice di vedere le mie amiche. Arrivando con il treno sempre in anticipo di circa 40 minuti (perché ce ne sono pochi e o prendi quello o arrivi un'ora in ritardo) posso prendermela con calma, fermarmi al Bar dell'ENS, discutere di ciò che c'era o non c'era da fare, leggere se non ho voglia di fare conversazione e salire a lezione. Quel giorno mi vedo apparire nel giardino interno lo mio Amodes, con gli occhi che brillano di fronte alla mia espressione sospesa (e non sorpresa), fra il dubbio e la paura. Cosa ci fa Lui in un contesto che non gli appartiene e dove, per timidezza, non si sente a proprio agio? Mi sembra di scorgere uno sguardo malizioso, e mi irrigidisco. "Che ci fai qui?" non risponde e nel frattempo si sfila lo zaino, lo appoggia sulla panchina, e inizia a tirare fuori dolciumi incartati (così sembra), un regalo e una bottiglia di Champagne. 
Avete presente quando siete alla vostra prima uscita con gli amici, quelli più grandi, e i vostri genitori iniziano a presentarsi come se fossero ancora ccciòvani e non si accorgono di non esserlo più neanche dentro??? Ecco, il mio stato di imbarazzo era tanto tangibile che avrei preso lo mio Amodes, me lo sarei caricato sulle spalle con bottiglia, dolcini e regalo e l'avrei spedito su Marte!
"Vai a chiamare le tue amiche!". Non volevo deluderlo, si era impegnato per farmi questa sorpresa, e meritava una ragazza migliore della solita polemica Caterina, almeno quel giorno, quindi mi metto a cercare tutte le ragazze del corso sparse per corridoi e aule del caso. Ne raccolgo quante più posso, e insieme a loro e agli amici dell'ENS spengo la mia prima candelina della giornata, su un millefoglie alla panna senza latte, quindi commestibile anche per l'intollerante che c'è in me. Il regalo sono riuscita a rimetterlo nello zaino, volevo aprirlo con i miei tempi, non in corsa prima della lezione. (lo scatto è a cura di Irene che ringrazioTerminati i primi momenti, da sospesa mi sono trovata piacevolmente sorpresa. Amodes aveva avuto ragione stavolta.
Sera: Amodes mi viene a prendere al corso e via, ci immergiamo nelle vie di Firenze. Già questo dovrebbe bastare a rendere il compleanno di chiunque speciale. Io avevo Firenze e lo mio Amodes tutto per me, cosa potevo volere di più? Non sapevo che di lì a poco avrei provato la meravigliosa esperienza del Konnubio (per saperne di più dovrete attendere la puntata specifica).


Giovedì 5 novembre: 

Dato che il mio compleanno era trascorso in bellezza, non mi aspettavo certo che di lì a poco avrei di nuovo dovuto fare i conti con l'astuzia e l'ingegno di qualcuno intorno a me.
Piccola premessa: il lunedì pomeriggio insegno Teatro a San Giovanni. Poco prima che la lezione degli adolescenti iniziasse, la presidentessa dell'Associazione per cui lavoro si presenta da me dicendo: "Giovedì sera riunione". Capirete la mia sorpresa, il giovedì pomeriggio ho il corso LIS e scendo dal treno alle 20:50, figuriamoci se intendo andare a una riunione così, perché non si può posticipare a un altro giorno! Di fronte alle mie rimostranze, la presidentessa fu categorica: "Sono stanca delle tue lamentele. Alle 21:00 in riunione, punto!".
Se un po' mi conoscete, o avete imparato a conoscermi, saprete che ordinarmi qualcosa è deleterio, ancor di più se mi si impone con un tono di voce decisamente autoritario e scostante. La mia furia si percepiva, avreste potuto tagliarla a fette e farci colazione il giorno dopo - come si fa con i ciambelloni avanzati dalla domenica. In tutto questo, quegli animalini dei miei allievi adolescenti se la ridevano come matti, e in quel momento li avrei penzolati dalla finestra per i piedi uno per uno. Maledetti nani malefici in piena pubertà, come si permettevano di ridermi in faccia senza alcun ritegno?
Ammetto che nel corso degli anni ho imparato che gli adolescenti, e gli allievi in generale (grandi o piccoli che siano, i grandi ancor di più) possono essere estremamente crudeli, hanno lame taglienti pronte a recidere le tue parti più deboli, e molto spesso se la godono mentre tu sei costretta a leccarti le ferite e a chiederti: quando studiavo notte e giorno per raggiungere i migliori risultati all'Università, quando mi spaccavo la schiena per lavorare in orari assurdi, in contesti discutibili, sottopagata e a nero, per permettermi stage in giro per l'Italia, era davvero questo cui aspiravo? Decisamente no.
Quel pomeriggio, però, ho deciso di passarci su; il giorno dopo era il mio compleanno e non volevo arrabbiarmi proprio il giorno prima. Ero già in fase festa, un po' sabato del villaggio, ma dimentica degli avvertimenti leopardiani. Faccio lezione e via.
Giunge finalmente il giovedì sera. La presidentessa mi telefona alle 20:00:
"Dove sei?"
"Alla stazione"
"Dove vai?"
"A casa?!?!?! Arrivo con il treno alle 20:50, alle 21:00 sono in ufficio!"
"va bene... ci vediamo nel piazzale e ci prendiamo un caffè prima di salire, che dici?"
"Emozione! (rido e penso che lo stia facendo perché si è accorta che lunedì ha esagerato con i toni) va bene."
"chiamami appena scendi dal treno"
"perché?"
"tu chiamami e basta!"
Ci ripenso, no, è ancora scorbutica come lunedì!
Scendo dal treno, chiamo, fisso, ci vediamo in piazza e il mio stomaco urla la morte!!! Fame!
"Mi prendo una piadina e saliamo ok?"
"Macché piadina!? La riunione è già iniziata!"
"Ma con chi?"
"dai basta, saliamo!"
Immaginate me che mi metto a sbraitare per le scale come se mi avessero dato fuoco alla casa. Una pentola che bolle avrebbe borbottato di meno. Mi dirigo verso l'ufficio.
"No, facciamo riunione in sala prove"
Ormai di stranezze ne ho fin sopra ai capelli, ma acconsento. La fame mi fa perdere fermezza e mi rende docile e stanca.
Apro la porta e ciò che vedo mi blocca.
I miei ragazzi, proprio quei nani malefici in piena fase puberale che se la ridevano lunedì pomeriggio, che squittivano di fronte a me che rivendicavo il giovedì sera libero, erano lì immobili e potenti, con sguardi che avrebbero trafitto l'anima di chiunque.
Fieri, silenziosi e fermi nelle loro posture (per un'insegnante di teatro una visione del genere è pura poesia, tanto perché lo sappiate), illuminati da piccole luci sparse a terra; una melodia inizia a risuonare per la stanza: è il finale di Dancing di Elisa, e so perché è proprio quel pezzo a farsi strada verso di me. Non potevano sceglierne uno migliore, sapevano quanto significato attribuisco a quelle note, quali immagini e momenti evocano in me... e c'hanno preso, piccoli ammassi di ormoni!
Poi iniziano... voci che si susseguono con un ritmo cadenzato e incalzante, mi rimbombano in testa frasi che toccano e fanno male, o bene, o tutti e due, non lo so, so solo che in quel momento vorrei tanto piangere e urlare, perché nella loro innocenza quelle parole assumono una forza tale da trascinarmi a terra. Poi sorridono insieme... "auguri cate" saltano ovunque, battono le mani, mi si precipitano addosso, io mi aggrappo al corpo di una di loro, quella che so essere l'artefice di tutto (conosco i miei ragazzi), gli altri mi si accavallano sopra, intorno, dietro, in un abbraccio che mi schiaccia e mi scalda tanto che vorrei non finisse per tutta la sera... ne ho bisogno. Qualcuno mi sbuca alle spalle, una torta si avvicina, le candeline ci sono, l'accendino no, ma non è un problema. Si accende il flash del telefonino, si intona la canzone, e appena soffio una mano si chiude sul telefono: Candeline spente. Anche questo sono gli adolescenti, fantasia e concretezza.
Mi bombardano con sorrisi così caldi da stordirmi e mi consegnano pacchettini e regali, biglietti e dolci. Infine giunge la pizza - che pago io, a dispetto delle loro rimostranze. Va bene tutto, ma non voglio che dopo regali, dolci, spettacoli e quant'altro, debbano essere costretti a privarsi di quei soldini che si tengono in tasca! Ci vadano fuori, e si divertano con gli amici; a me non pesa quanto a loro.
La serata prosegue mangiando pizza per terra, ridendo dell'insegnante credulona che non si è accorta di niente, e mi raccontano quanto si sono prodigati perché questa serata potesse avere luogo: la preparazione dello spettacolo, la corsa a prendere le candeline alla coop perché qualcuno se l'era scordate, la fuga finale perché stavo arrivando troppo presto... insomma una corsa contro il tempo e gli impegni di questa insegnante sempre troppo indaffarata.
E mentre me li vedo lì davanti, giovani e bellissimi, corpi ignari della propria carica espressiva ed emotiva, inconsapevoli del grande regalo che mi hanno fatto, che ridono e scherzano insieme, senza paura, senza disagio, vecchi allievi e nuovi arrivati insieme, mi sembra di non entrarci niente, di essere quel "di troppo" inavvertito e pesante. Mi tengo un po' in disparte e li osservo... nessuno di loro se ne accorge, forse qualcuno sì, ma lascia correre (conosco loro e loro conoscono me!) e mi rendo conto di una verità assoluta: quando studiavo, lavoravo, correvo in giro per l'Italia rincorrendo il Teatro e le sue avanguardie, mi trascinavo per Festival e teatri in cerca di quell'emozione vera e unica che il Teatro sapeva regalarmi e che mi aveva spinto a seguirlo e a dedicargli la vita, era davvero questo cui aspiravo? Decisamente sì. Teatro e Vita insieme, rinnovate e sorprendenti, sul pavimento sconnesso di una sala prove. 
Ps: la poesia del biglietto, quella recitatami la tengo per me... 
Un grazie speciale va a Barbara, la nostra presidentessa che se l'è spassata nel tormentarmi e di cui adesso comprendo gli insoliti comportamenti autoritari - solitamente è molto più dolce e meno dittatrice! 
Un grazie speciale anche a Silvano per quel giorno di giugno (tu sai).
Queste qui sotto sono le mie meraviglie adolescenti (ne manca qualcuna perché impegnata o impossibilitata...)






martedì 10 novembre 2015

#compleanno #pinkpunkgirl - prima puntata: #Teorie e #Aspettative



Nella mia modesta carriera di persona esistente al mondo, il compleanno ha sempre ricoperto un ruolo strano: il giorno più e meno atteso dell'anno. Adoravo andare alle feste degli altri, mi piacevano quelle dei miei amici con mamme indaffarate e ricoperte di farina, zucchero e marmellata, con le case stracolme di decorazioni cartonate dai più vivaci colori, i cappellini che rigorosamente ti segavano il mento con quell'elastico sempre troppo corto per il tuo viso, la casa che profumava di dolci appena sfornati e i giardini costellati di giochi a premio; la caccia al tesoro era il mio preferito. Mi piaceva preparare il vestito che avrei messo, incartare il regalo che avevo scelto con cura, vedere occhi e mani avide di scartare e scoprire la sorpresa... eh sì, i compleanni mi piacevano. Tutti tranne il mio. Il mio cadeva il 3 novembre, dopo i Santi e i Morti, dopo che tutte le famiglie - la mia prima di tutto - erano state indaffarate in pranzi e cene a otto portate, abbuffate alla stregua di gare preparatorie a quelle natalizie, troppo impegnate a vivere le feste comandate per festeggiare la mia. Il compleanno per me era il 1 novembre, il 2 se andava bene, il tutto in famiglia. Casomai c'era quello dell'asilo se ero fortunata e capitava all'interno della settimana, ma già dalle elementari si limitavano al: "oggi è il compleanno di Caterina, facciamo tutti un augurio affinché passi questo giorno al meglio... e ora passiamo a matematica, per oggi c'era da fare...".
Festeggiarlo davvero per me era strano, e di conseguenza una volta cresciuta ho sempre teso a non farlo, questo come altre feste, tipo quelle di laurea. Perché stare a festeggiare, perché spendere i soldi, perché perdere tempo a preparare, organizzare, scegliere, fare... il tutto per un semplice motivo: le aspettative.
Odio le mie aspettative, sono sempre più alte di quello che accade, e mi deludo puntualmente da sola; se invece mi limito a dire: "no grazie, non festeggio", ciò che verrà sarà comunque meglio di ciò che mi sarei aspettata, quindi è tutto guadagnato.
Così ho fatto anche quest'anno. Niente festa per me, nessuna fantasmagorica cena organizzata, nessun piano specifico... dopotutto era un giorno come un altro, un martedì monotono e uguale a tanti altri martedì. Mattina al lavoro su copioni e parti varie, pomeriggio al Corso LIS a Firenze, sera rientro in tarda serata, sistemazione appunti e infine letto. E poi erano 31, dico trentuno. Ma che razza di numero è? Non ho festeggiato quello dei 30, dove tutti fanno le super feste, figuriamoci se mi interessava festeggiare questo, la misera conferma del fatto che sto invecchiando - male fra l'altro -  e che ho compicciato ben poco nella mia vita, in fatto di risultati. No lavoro remunerativo, no indipendenza, no fisico atomico. Tutto un po' no, insomma, e che c'era da festeggiare?
Il fatto è che se anche fossi riuscita a evitare le grandi celebrazioni in stile ballo delle debuttanti, non avrei potuto esimermi dal fare felice chi, vicino a me, si fosse messo a organizzare qualcosa - anche solo rifilarmi una piccola, stopposa, gommosa e intollerante tortina presa in corsa dal bar triste in fondo alla strada.
Consapevole di questo mi sono detta che avrei reagito seguendo gli insegnamenti dei più grandi saggi della storia: Sorridi e cinguetta! Squittisci davanti ai regali, mostrati eccitata per tutti gli auguri che riceverai, il giorno passerà in fretta e tu te ne andrai a letto stanca, ma felice.
C'è da dire, comunque, che resto una #pinkpunkgirl e in quanto tale avevo la mia lista di regali agognati ben chiara nella mente:
  1.   UGG rosa come se non ci fosse un domani. Chissene se sembrano per bambine dai biondi capelli che dicono "perdindirindina"! Se le fanno per adulti - con numeri ben oltre il 40 (il mio) - significa che sanno che qualcuno le comprerà. E io sono una di quelle persone che, senza vergogna alcuna, le ama! Toglietemi tutto, ma non le mie UGG. Avrei potuto cedere anche per colori quali: celeste, oro, corallo, rosso... tutti via!!! Un paio di Ugg non si rifiuta mai.




2. Instax Mini 8 (Rosa): una meraviglia firmata fujifilm, una mini polaroid disponibile in diversi colori, fra cui rosa appunto, con tanto di accessori tanto variopinti quanto inutili, ma che mi fanno impazzire e saltellare come una ragazzina davanti al suo primo Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari (per me così è stato, guai a chi si mette a ridere!)



3. Moon Boot Rosa: quanto sono belli?  A cosa mi servono? A mettermi in condizioni tali che, se casomai un domani venisse una nevicata dalle mie parti, o mi prendesse la briga di andare a cercarla (la neve), sarei pronta e calzata di rosa, devo aggiungere un altro motivo?



4. Cane: Animalisti non incominciate a inveire contro di me! Non lo voglio Rosa (perché non c'è, ma se ci fosse...), vorrei solo un cucciolo per me, vivere l'esperienza del cane, del migliore amico dell'uomo. La razza è una e semplice: tutte e nessuna, quella da canile sarebbe perfetta, e se è brutto meglio ancora.

5. Gatto: un anno e mezzo fa, in pochi mesi, vidi morire le mie gattone, Chicca e Tristezza (guai a chi prende il giro i nomi, li avevamo scelti con cura). Adesso sento l'esigenza di tornare ad avere zampotte pelosone che mi svegliano la mattina, cuccioli che si strusciano a me e mi cercano per coccole dell'ultimo minuto. Dopo 17 anni a fianco degli animali, non se ne può fare a meno e io ne sento decisamente la mancanza.

Queste erano le Aspettative che fino al 2 novembre avevo per il mio compleanno, la realtà è stata ben diversa...
Per scoprire se è stata migliore o peggiore, non vi resta che attendere la seconda puntata!

mercoledì 28 ottobre 2015

#nosmoking - secondo step: la MERDA A CATASTE!

Quando si giunge alla decisione di smettere di fumare, la prima regola è: urlarlo al mondo. Ditelo a tutti: parenti, amici, vicini di casa, autista dell'autobus, parrucchiere, giardiniere, amministratore di condominio (meglio se rompipalle), dottore di famiglia, dottore non di famiglia passato lì per caso, più persone lo sapranno, più sarai costretta a mantenere fede al tuo patto. Non avrai bisogno di controllarti da sola, saranno gli occhi degli altri a farti da supervisori ogni volta che sentirai la necessità di fumare. E ricordati che ci sarà sempre qualcuno in agguato pronto a gioire se tu cadrai in tentazione mollando la tua salutare impresa (solitamente un fumatore che in passato ha tentato di smettere e non c'è riuscito).
Io ho fatto così. Ero talmente presa dall'euforia salutista che già dopo cinque giorni sbandieravo a destra e a manca la mia nuova vita da "non fumatrice"!
Chi ben comincia è a metà dell'opera, si dice, e io non volevo essere da meno. 
Il problema si è presentato appena rientrata dalle meravigliose ferie (per saperne di più leggete qui - spiego come e dove è nata questa nuova vita). Terminate le lunghe passeggiate in riva al mare, le ore trascorse a guardarsi negli occhi, a vivere al meglio ogni istante, le cene romantiche e coccolose, gli attimi vissuti ad assaporare la nuova me, mi sono ritrovata nella vita quotidiana. Ritmi, persone e paesaggi diverse hanno fatto il resto, facendomi piombare nella disperazione più nera. Come mi era saltato in mente di disfarmi dell'unica cosa che riusciva a tenermi salda alla mia vita bastarda?
Sembra assurdo, lo so. come può una sigaretta avere tanto potere? Ce l'ha, ve lo posso assicurare; altrimenti non sarebbe così difficile smettere, e per me sta diventando un calvario.
Eccola La Merda a Cataste. Un calvario che vi guiderà alla follia e alla rovina mentale, fatta di nervosismo e intolleranza, brutti pensieri e voglia di spaccare tutto, chiunque. Perché? Perché automaticamente, empiricamente, senza alcun dubbio o incertezza: appena avrete smesso di fumare, lo avrete sbandierato ai quattro venti e tutti intorno a voi saranno pronti a giudicare ogni vostra mossa, la vostra vita andrà in malora: vi si presenteranno davanti problemi cui non avreste minimamente pensato il giorno prima, si scoperchieranno vasi di pandora di cui ignoravate l'esistenza e tutto l'universo cospirerà contro di voi. Non si tratta di follia, signori, è realtà.
Tremate, perché non riuscirete più a capire il senso di ciò che si sta aprendo intorno a voi, e voragine dopo voragine, stronzo di turno dopo stronzo di turno, maledirete il giorno in cui vi siete voluti ingannare da soli, fingendovi consapevoli della vostra forza, certi che ce l'avreste fatta a qualsiasi costo.
Io ho accettato da tempo di essere fallibile e come tale mi considero, ma stavolta mi sarei aspettata di più da me stessa. Devo ricredermi: non ce la sto facendo.
Non sto fumando e attualmente sono 38 giorni che non fumo. Detto questo non ho trovato miglioramenti, psicologici quantomeno. Fisici sono indubbi, ma me ne frego dato che sto per cestinare il mio guardaroba a causa dei due culi che mi ritrovo.
Non è semplice e non mi piace. Adoro ancora l'odore del fumo, anche di quello passivo. Leccherei le dita di quelli che hanno fumato intorno a me, e mi getterei su una sigaretta almeno 10 volte al giorno.
Perché continuare, allora, se mi sta massacrando? Perché non amo perdere le scommesse e detesto il giudizio degli altri.
Allo stesso modo voglio essere onesta: se la notizia me la fossi tenuta per me, se non lo avesse saputo nessuno, se mi fossi limitata a dire "ho ridotto un po' il numero" e via dicendo, avrei ricominciato a fumare già da tempo.


lunedì 14 settembre 2015

Non andate a "Tutti matti per Colorno"

Se siete persone che amano il silenzio e la calma; se preferite starvene in panciolle e il massimo del movimento per voi è trascinarvi al frigo per prendere qualcosa da sgranocchiare (e di conseguenza aumentare drasticamente il vostro giro vita, già senza speranze); se siete apatici e la cosa vi piace; se la malinconia è quello che sperate il mondo vi regali; se storcete il naso quando il postino suona perché significa che dovrete interagire con un altro essere umano; se la noia è ciò che agognate più della nutella; se la vostra idea di "gita fuori porta" è andare al nuovo Lidl e vedere se le offerte del catalogo consegnatevi dal suddetto postino ci sono ancora; se avete vinto il premio per migliore spippolatore di smartphone dell'anno; se non siete e vi va bene così, allora NON ANDATE A TUTTI MATTI PER COLORNO, perché non è il posto che fa per voi.
Troppe persone - circa 40.000 quest'anno i visitatori stimati - troppi spettacoli - 24 senza contare gli indipendenti venuti a titolo personale e non presenti nel programma ufficiale - troppi stand artigianali - dai vestiti, alle borse, ai monili, ai giochi eco-sostenibili - troppe installazioni d'arte, troppi stand gastronomici - dalla pizza, ai ravioli, dal gelato vegano (grazie Dio!), alla piadina e così via - insomma troppo di tutto e tutto insieme.
Entrare in quel mondo significa perdersi completamente, tornare bambini più dei bambini. Sì, perché se per un bambino la meraviglia è una condizione sine qua non della sua età e non può fare a meno di esserne invaso, per l'adulto riuscire a meravigliarsi e lasciarsi andare all'inaspettato è doppiamente sconvolgente. Noi che siamo abituati a tutto, che abbiamo conosciuto tutto e ne siamo consapevoli (poveri illusi), che guardiamo al futuro come un film già visto - il solito lavoro, la solita dieta che non inizieremo mai quel maledetto "lunedì", la solita iscrizione in palestra dimenticata in cassetto, il solito aperitivo, ecc... - noi adulti frastornati dalla vita, quando ci perdiamo come a 5 anni, sgraniamo gli occhi di fronte a un salto mortale fatto a pochi centimetri da noi, restiamo a bocca aperta senza riuscire a chiuderla neanche volendo, quello diventa il momento di un'inevitabile e inarrestabile regressione. E dovremmo averne timore, perché ci condurrebbe a correre dietro a un pallone solo per il gusto di farlo, a sudare nella maglina nuova, a sporcare le scarpe da ginnastica che di ginnico hanno ben poco e che inneggiano allo status di accessorio glamour. Gandalf il grigio griderebbe "Fuggite, sciocchi!", conoscendo il pericolo cui andremo incontro.
"Di arte non si vive" tuonava quel gran genio di Tremonti, e aveva ragione. Perché se vivessimo di arte saremmo costretti a incontrare l'altro, senza scampo, a vederselo davanti nella sua spettacolare fragilità, simile alla nostra e tanto diversa da essere poesia; saremmo in balia della meraviglia e noi non vogliamo meravigliarci più, di niente e di nessuno; diverremmo comprensivi e aperti al mondo (ma stiamo scherzando?); il nostro orticello si dimostrerebbe troppo stretto a contenere la nostra voglia di vivere, costringendoci ad aprire il cancello, uscire e far entrare, in un via vai di esperienze, sensazioni, attimi, passioni e paure che sconvolgerebbe il delicato e apatico equilibrio in cui la società ci impone di stare.
Quell'accozzaglia di folli sparsi per le vie di Colorno sarebbe un universo troppo vasto! Ma vi pensate a ridere di niente, a sdraiarvi sull'erba con un giocoliere che si esibisce solo per voi? Vi immaginate ad applaudire sino a finirvi le mani di fronte alla straordinaria bravura di artisti provenienti da ogni parte del mondo? Potreste sopportare di divertirvi più di vostro figlio davanti alle diavolerie di un clown, di un mago, di un equilibrista, di un danzatore?
Ebbene sì, questo è ciò a cui andreste incontro: tre giorni di infanzia e spettacolarità tutta per voi, tre giorni per riscoprirvi vivi, per stupirvi del fatto che riuscite ancora a provare meraviglia.
Se temete tutto questo, vi avverto: NON ANDATE A TUTTI MATTI PER COLORNO.
Perché una volta che ci siete stati, non si torna indietro, si spalancherebbero per voi le porte di Fantasia, del Paese delle Meraviglie, vi ritrovereste a rincorrere il bianconiglio, o a volare su Falkor, il fortunadrago più famoso al mondo, e a non voler più scendere.
Se pensate, poi, di entrare a far parte dello staff o dei volontari che con tanto impegno lavorano incessantemente perché la Meraviglia diventi tale, allora siete perduti per sempre!
Io vi ho avvisati, poi non dite che non ve l'avevo detto.