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venerdì 19 febbraio 2016

Era il 23 gennaio 2016...

Era il 23 gennaio 2016, un giorno che ad oggi sembra così lontano, forse quasi mai esistito. Eppure quel giorno io c'ero, me lo ricordo bene e ci sono foto ad attestarlo. Io c'ero e camminavo lentamente seguita da quattro persone - poche direte voi, è vero, ma necessarie al mio scopo, anzi il numero esiguo era quasi preferibile. 
Eccomi lì, all'inizio di piazza San Jacopo ad Arezzo, che mi dirigo silenziosa e lenta di fianco a una folla gremita, ammasso di persone colorate, persone arcobaleno; e non perché fossero tutte gay, se a qualcuno fosse venuto il dubbio, quanto piuttosto perché di ogni età e sesso,  colore e forma, e anche orientamento sessuale, certo. Io nera come la pece rappresentavo il pensiero che inneggia alla "Famiglia normale" - che già da sola come espressione mette paura - incarnavo quella parte del paese ancora convinta che nel 2016 vi siano vite di Serie A e di Serie B, persone migliori di altre solo perché la loro natura è consona a quella di chi punta il dito e risponde alle richieste di una convenzione sociale saldamente radicata e barbaramente mantenuta.
"Non fraintendere, io ho tanti amici gay e lesbiche e gli voglio bene, ma.." che vuol dire? Il senso di questa frase cosa significa?
"Per me possono fare quello che vogliono, basta che lo facciano a casa loro!" che vuol dire? Anche a me fa senso pensare a due che se la godono davanti così a caso, etero o gay che siano - non sono una purista, ma a me i porno non sono mai piaciuti; ho sempre preferito sperimentare sul campo, e lo mio amodes è un eccellente compagno di sperimentazione! (Ti amo!)
"Massimo rispetto per tutti, ma qui si tratta di difendere i diritti dei bambini!" che vuol dire? I bambini esistono, ci sono, e se ne fregano se sono figli di un babbo e una mamma, di due mamme, di due babbi, si interessano solo a una cosa: se vuoi loro del bene, e quanto! Ecco cosa cercano!
Inutile dire che sono migliaia gli esempi di famiglie con un unico genitore (per le più diverse ragioni) i cui figli sono cresciuti senza troppe complicazioni, così come è inutile dire che ci sono troppe famiglie normali al cui interno vi sono problemi ben più gravi del sesso dei genitori.
La famiglia è un concetto assai complicato; spesso non è come la vorremmo, talvolta ci appartiene solo in parte e nella maggior parte dei casi forma una storia a sé, personale, intima, in cui è difficile entrare e dare giudizi.
Ve ne sono di problematiche, a tratti anche assurde, ma il "problema" se c'è è da ricondurre alla persona in sé, piuttosto che al suo sesso. La convivenza fra esseri umani è tanto necessaria quanto difficile, e la famiglia ne è la sua minima espressione, un microcosmo che va formandosi giorno per giorno, che struttura regole proprie sulla base di esperienze pregresse dei componenti e nuovi fattori di disequilibrio. La mia famiglia, assolutamente fuori dall'assioma di famiglia naturale - io e mio fratello figli di un secondo matrimonio e con una sorella solo da parte di padre, ma che è sorella a tutti gli effetti, anche se non ha vissuto con noi... vabbè, è complicata ma bellissima, posso assicurarvelo! - la mia famiglia, dicevo, cambia continuamente e non è certo uguale a quando i miei genitori si incontrarono, a quando decisero di convivere, a quando nascemmo io e mio fratello o a quando, con due figli di 6 e 5 anni, decisero di sposarsi (io c'ero e me lo ricordo bene, ero ovviamente la più bella della festa, con ben tre cambi d'abito!). Le dinamiche che si sono andate formando hanno determinato le mie esperienze, così come le mie esperienze hanno mutato le dinamiche interne al nucleo strampalato che siamo! E poi il matrimonio di mia sorella, due nani di nipoti che più belli non potevano essere, e via ancora verso un nuovo matrimonio - mio fratello è chiaro, non pensate male! Io mi limito a fare da testimone a questo e a quello, ma niente di più! - insomma avete capito, un coas di nuovi membri e feste, tragedie e lacrime, come la vostra, come quella del fruttivendolo, dell'impiegato delle poste o del macellaio. Famiglie, e questo ci basti per pennellare tutte le sfumature che in quella parola vogliamo intendere. 
Se, allora, esistono così tante tipologie di famiglie che generalizzare equivarrebbe a banalizzarne l'importanza nella vita di ognuno di noi - bella o brutta che sia - perché si devono identificarne di giuste o sbagliate, perché uomo-donna sì, donna-donna e uomo-uomo no?
Se mia madre mi avesse cresciuta da sola con mia nonna, non avrei avuto una famiglia - in un certo modo - omogenitoriale? Suppongo di sì. Stessa cosa se mio padre mi avesse cresciuto con suo fratello, suo padre e via dicendo... 
"Ma non sarebbero stati una coppia!"
Ecco il problema: l'omosessualità, punto. Ancora oggi NON CI PIACE. Ditelo, ad alta voce però, senza volervi nascondere dietro a panegirici che farebbero rabbrividire il peggiore degli avvocati (non me ne voglia la categoria, mi sarebbe piaciuta come professione). Non ci piace e basta - non piace a voi per essere sinceri, perché a me va benissimo, anzi andrebbe sperimentata (io l'ho fatto!), ma forse è un concetto troppo estremo e mi fermo qui.
Vorrei però porre un quesito, sperando di non cadere in errori matematici... amodes abbi pietà di me! (lui è un matematico statistico e ho detto tutto):
Se l'omosessualità contraddistingue una condizione per cui non si è adatti a formare un nucleo familiare;
Se la famiglia è il microcosmo minimo su cui si fonda la nostra società - ce l'avete sbandierato in faccia, rintronandoci fino all'ossesso con questo baluardo della famiglia normale - e che della società è specchio;
Significa che l'individuo omosessuale - in quanto tale - non è capace di soddisfare al compito sociale, è inadatto a contribuire alla struttura della società che sulla famiglia si fonda.
Se, però, è inadatto a contribuire alla struttura della società, poiché in quanto omosessuale è per natura innaturalmente adatto a tale scopo, perché mai dovrebbe esserne sostenitore economico? (Voi paghereste una cena in un ristorante per stare fuori nel parcheggio e farla mangiare tutta a quello del tavolo accanto al vostro? Anche no!) 
Ne consegue che: gli omosessuali non devono pagare le tasse per ciò che concerne la famiglia e la sua struttura.
Faccio un esempio:
Perché io donna omosessuale che NON POSSO formare una famiglia, dovrei pagare le tasse per sostenere il pulmino pubblico e messo a disposizione dal comune dove vivo per portare i bambini a scuola di cittadini naturalmente predisposti al proseguimento e alla strutturazione della società? Quella tassa la lascerei a loro, sono figli loro, mica miei, io sono naturalmente inadatta a farmi una famiglia!
Ne faccio un altro:
Perché io uomo omosessuale che NON POSSO formare una famiglia dovrei pagare le tasse per l'assistenza sanitaria del reparto di maternità se per natura sono incapace e inadatto a farmi una famiglia e quindi a procreare? Se la paghino gli eterosessuali che possono per natura fare figli, ed essere accettati dalla società cui stanno contribuendo in modo corretto (secondo natura), a prescindere dal fatto che per cervello siano adatti o meno a crescere un figlio.
Ecco, allora potrei darvi ragione. 
Ultimissimo esempio:
Due anni fa sono stata in vacanza in Corsica con lo mio amodes, suo fratello e fidanzata. Io ero l'unica a non poter bere latte o mangiare alimenti che lo contenessero, quindi mi ero accuratamente portata cose da casa. Ogni mattina facevamo la spesa (eravamo in campeggio) per quello che avremmo mangiato durante il giorno. Va da sé che ciò che conteneva latte io NON LO PAGAVO, perché non ne avrei potuto usufruire. 
Qui è lo stesso: posso farmi una famiglia? Bene pagherò le tasse che devo. Non posso farmela e mi è interdetta qualsiasi possibilità di riconoscere la mia coppia come tale? Benissimo, lo accetto, ma non voglio pagare per chi lo può fare. Se lo paghi da sé!
"Ma è assurdo questo ragionamento!"
Non più del vostro miei signori della famiglia normale (mi fa senso ogni volta che lo scrivo).
Guardatevi intorno: che cosa è normale al giorno d'oggi? E' davvero questa la battaglia contro cui volete combattere? O ce ne sarebbero altre che meriterebbero più attenzione?
Iniziamo ad accettare e ad accogliere, perché quando toccherà agli altri accettarvi e accogliervi sarà brutto ricevere la porta in faccia.
Io quel 23 gennaio 2016 camminavo interpretando quello che non avrei voluto essere, orgogliosa di vedere che i tanti accorsi in piazza a sostenere le unioni civili nemmeno facevano caso a me... Purtroppo a tutti voi che fate muro devono fare caso per forza, perché siete voi a costringerli in un "non puoi, non devi, non sei, non farai". 
Quante piazze gremite e sonanti? Quanti baci, sorrisi, scherzi, sguardi, mani, lacrime e parole hanno inondato l'Italia (e non solo) quel giorno ?
Quando l'uomo scende in piazza per combattere in nome di un diritto diviene poesia, quando lo fa per negare un diritto che lui ha, a chi è come lui, diviene cosa?
Voi, dal basso delle vostre ottuse visioni, cosa siete divenuti? Quante piazze dovremo riempire per dimostrare che l'uguaglianza fra gli uomini non è e non può rimanere una frase fatta?
Se la risposta è milioni, che sia! A me camminare piace, e lentamente piace ancora di più. Che si consumino le scarpe, si sbuccino i piedi, si stanchino le gambe, io continuerò a camminare in piazze arcobaleno come le persone che le riempiranno.

martedì 24 novembre 2015

#compleanno #pinkpunkgirl - terza puntata: #Realtà sabato 7 novembre

...la saga continua e forse si conclude! Eccoci alla tanto attesa terza puntata, quella che svela il momento culmine di un compleanno così inaspettato da avermi sorpresa come non mi succedeva da molto (troppo) tempo.
Se avete letto la prima (qui) e la seconda (qui), sarete a conoscenza sia delle aspettative, sia dell'impegno messo da famiglia, amodes e allievi nel corso della settimana per festeggiare questa cinica e noiosa artistoide teatrale, dedita alla pseudo-depressione cosmica. Il 3 e il 5 novembre si erano rivelati giorni talmente ricchi di eventi e sorprese, che giunta al sabato mi trovavo ben lontana dal credere che ci sarebbe stato altro per me - quello che avevo avuto era già tanto, considerando che non mi ero preoccupata di organizzare feste, cene, o festeggiamenti di sorta, sempre in virtù dell'assioma: Avere aspettative implica delusioni, meglio stare ferma e prendere quel che viene.
Il sabato 7 novembre il mio programma era ben strutturato: mattina ripetizioni a una nana dell'amore cresciutella che necessitava di stimoli per affrontare mille mila interrogazioni, poi pranzo con la mia amica Baby e la sua meravigliosa famiglia, e pomeriggio all'insegna dello shopping. Dovete sapere, infatti, che non sono sempre stata una teatrante depressa; un tempo amavo lo shopping e girovagare per negozi mi faceva sentire bene -  in seguito il lavoro, giorno e notte, senza ferie, senza sosta, spesso senza stipendio (manco a nero!) senza contratto #questosconosciuto, e la disperata rincorsa dell'indipendenza economica, mi hanno allontanata da quella Caterina trucco&tacchi, e che in tanti momenti mi manca un po'. Non che comprassi il mondo, ma mi sapevo muovere bene fra offerte e capi stravaganti, e non disdegnavo di uscire e fare tardi, sfoggiando il capo nuovo di pacca (non di marca sia chiaro!). 
In tutto ciò Baby era sempre stata presente e per il sabato era stata categorica:
"Sabato non prendere impegni, sei per me tutto il pomeriggio. Andiamo a fare shopping, ci divertiamo... e poi devi aiutarmi a comprare il regalo per F. (N.d.A. il suo amore) per il nostro anniversario! (che cadeva proprio il 7) Poi la sera ceniamo insieme e ti festeggiamo... non fare quella faccia brontolona! Giusto una tortina e un regalino solo per te! Me lo concedi?"
Ero stata chiara anch'io in merito: non voglio feste a sorpresa! Non mi piacciono, o meglio, mi piace farle, ma non subirle; temo sempre che rimarrei delusa dal luogo scelto, dalla serata, dall'organizzazione, dagli invitati (chi c'è, chi manca, chi ha detto di no, chi non è stato invitato, chi è stato invitato e non avrei voluto... e via dicendo).
Baby lo sapeva benissimo ed era stata sufficientemente redarguita in tal senso: "Non ti ho organizzato niente! Giuro!", e io quando dice una cosa mi fido sempre.
Il gran giorno arriva, la mattinata trascorre bene (non per la creatura sotto le mie grinfie per ben due ore di ripetizioni), il pranzo si conclude e siamo pronte per partire: io, Baby e M. la piccola di casa -  sì, perché fra la Caterina shoppingara e l'artista depressa ne è trascorso di tempo e Baby ha visto bene di rendermi zia non una, ma due volte: B. la più grande (3 anni di boccoli e occhioni a cerbiatto) sarebbe stata con il babbo, la piccola di 3 mesi sarebbe venuta con noi - dato che le poppe della mamma sarebbero state a fare shopping!
ore 15:00 partiamo alla volta dei Gigli e come una bambina di fronte al paese dei balocchi, corro di qua e di là senza sosta, con Baby che ride a crepapelle delle mie follie. Negozi, negozi a perdita d'occhio, e mentre penso che è davvero passato troppo tempo da quei giorni di sfrenate corse al ribasso e scarpe con il tacco, mi piace appurare che nonostante i figli, il lavoro e la vita ci richiedano di essere donne adulte, io e Baby siamo sempre noi, con i nostri giochi, le battute, gli sguardi e le ciaccole infinite. La piccola M. qualche volta si fa sentire, ma non più di ogni bambino presente: piange, mangia, dorme dopo essere stata cambiata, il tutto per 4 ore!
Ce ne usciamo dal centro commerciale cariche di vestiti e pienamente soddisfatte, ma ci accorgiamo che è tardi per andare a fare incetta di scarpe: gli uomini ci stanno aspettando a casa e non amano attendere; e poi la piccola ha bisogno di riposo, anche se ha retto bene la giornata (è donna, lo shopping è nel suo DNA). Telefono allo mio amodes e scopro che è già arrivato a casa di Baby: "arriviamo verso le 20:00, partiamo adesso" gli dico, e lui esordisce con "fai con calma, va bene... vi siete divertite?"... Mmm questa cosa mi puzza, ma ci passo sopra, M. ha iniziato un concerto in macchina di urla che potrebbero sentirla dall'Abetone, e mi concentro sulla guida dolce per evitare ulteriori traumi alla nana malefica.
"Ah, devo passare da una signora a vedere una stanza per la cresima di mia nipote... 10 minuti a Figline e saliamo su!" esordisce Baby, e io me la bevo, ma resto pur sempre dubbiosa. Amodes che non è in ansia da ritardo, Baby che deve vedere una stanza... inoltre i miei genitori, che ogni fine settimana smusano perché parto il sabato mattina e torno la domenica sera, stamattina sono stati insolitamente cordiali: "divertiti stasera"... a cosa si riferivano? Inizio a sospettare qualcosa, ma penso anche che sono stata chiara: NIENTE FESTE A SORPRESA! E non credo che di fronte a tanto impegno nell'urlarlo al mondo, qualcuno si sia preso la briga di organizzarla, giusto?
Giungiamo al luogo dell'appuntamento, e tutto tace. 
"Vai tu... io ti aspetto in macchina con la bimba" dico.
"No, dai, accompagnami! Se poi M. si mette a piangere?! Me la tieni tu dai!"
E va bene! Ci incamminiamo verso quello che sembra il retro di qualcosa; una scenderia curvata ci fa da strada e dalle finestre alte e strette intravedo una luce bluastra e sagome di festoni appesi... inizio a presagire il peggio.
"Baby, mica ci sarà una festa a sorpresa lì dentro vero?" lei non risponde.
"Baby mi incazzo come una iena condor e lo sai... giura che nessuno urlerà Sorpresaaaaaaaaaaaa, o ti lascio qui e ti mollo con la nana nell'ovetto!"
"Te lo giuro! Nessuno dirà sorpresa!"
Ma io sono già lì che ho capito la situazione e non posso tornare indietro. Mi hanno fregata e anche perbene stavolta!
Mi avvicino alla porta e la chiudo per errore, il maniglione antipanico è all'interno e non posso entrare, ma nel frattempo dalla porta a vetri vedo partire un filmato proiettato sul muro: ci sono io... il mio faccione che scorre, le mie pose stupide e strane, i selfie con i miei allievi, le foto dello spettacolo di fine anno, loro che si divertono a fare linguaccia, che sorridono immobili di foto in foto, bloccati nel tempo io e loro, in momenti che se anche non torneranno più, ci sono stati e fanno bene al cuore.
Mio cognato viene ad aprire,io entro e mi piazzo davanti a quel tuffo nel passato. Sono incazzata come una bestia, vestita male, struccata, impreparata a quello che accadrà, non so e non sapere per me è una tortura!
Poi qualcosa si rompe, dentro... sento un crack forte, deciso, e le lacrime iniziano a scendere senza poterle fermare. Con la coda dell'occhio inizio a vedere ombre che si affollano una accanto all'altra, la piccola B. che mi viene alle gambe e vuole essere presa in braccio, le silenziose presenze che diventano rumore assordante. Il video finisce, la luce si accende. Nessuno grida sorpresa, nessuno parla...Li osservo uno ad uno, sono volti che conosco e sono carichi di aspettative: vogliono sapere se questa sorpresa che non ho voluto e che ho temuto a lungo è riuscita davvero, se sono felice del loro impegno... e io mi sento la solita ingrata. Mia nipote, quell'ammasso di boccoli biondi e dolcezza allo stato puro mi viene alle gambe: "Auguri ziaaaa" e io mi sento morire, mi si spezzano le ginocchia più di quanto non lo siano in realtà e non so come fare a stare in piedi. Che faccio adesso? Mi sento spiazzata e confusa, ma stranamente e straordinariamente FELICE. 
Inizio a baciarli tutti, mi sento addosso le mani, le bocche, il frastuono da festa che ha finalmente inizio, con la musica si sparge l'allegria per la riuscita del tutto, le pacche di compiacimento, le domande, "non te n'eri accorta?" mi verrà ripetuto per tutta la sera e godranno nel sentirmi ripetere "no" perché è vero, non me l'aspettavo, non quest'anno!
"Te l'avevo detto che nessuno avrebbe detto sorpresa" sussurra Baby, e tra le facce gongolanti intravedo lo mio Amodes, l'organizzatore, che ha atteso un anno intero questo momento e mi guarda come se dai miei occhi dipendesse tutto il suo mondo.
Questa festa, infatti, era stata preparata lo scorso anno, allestita con largo anticipo e sin nei minimi dettagli; il 2 novembre, però, il destino aveva in serbo altri piani: lo mio amodes in gara a Livorno si era infortunato; corsa all'ospedale, malleolo rotto, operazione e ripresa lenta e faticosa. Tutto era stato disdetto, con un'unica certezza: silenzio assoluto, la festa sarebbe stata riproposta l'anno dopo. Da allora sono cambiate molte cose e, a conti fatti, sono felice che sia andata così. Mancavano alcuni, cui si sono sostituiti altri.
So di persone invitate che non sono potute venire e alle quali è dispiaciuto molto... so di altre che hanno accampato scuse per non esserci, e di questo mi dispiace, ma non si può piacere a tutti, anche se ti dicono il contrario, e non a tutti riesce essere un buon amico, o un buon familiare - perché anche in famiglia ci sono state brutte sorprese e amare delusioni.
Quantomeno prendi le misure per il futuro e fai tesoro di quanto ti è stato dato, di bene e/o di male.
Ho visto che in tanti si sono fatti in mille per rendermi felice, rubando tempo anche alla propria famiglia e ai figli; li ho visti fremere nei primi istanti in cui la luce si è accesa e tirare un sospiro di sollievo vedendo che sul mio viso, qualunque cosa fosse, era positiva! C'è chi ha fatto da mangiare tutto il giorno e ha continuato fino a sera; chi ha corso come un matto facendo torte, allattando, portandomi in giro e regalandomi attimi indimenticabili; chi è venuto da lontano e non ha sentito il peso della strada, ha portato con sé il proprio amore e insieme si sono dati anima e corpo perché io fossi protagonista ancora una volta; chi ha raccolto foto per farmi video strappacuore (maledetti loro); chi ha scelto di esserci nonostante tutto e arrivando in ritardo, ma a chi importa? C'erano e questo basta...
Mi hanno fatta sentire una principessa in rosa, perché tutti gli addobbi erano rosa, la torta era rosa, i piattini erano rosa... insomma avete capito...
A tutti loro, a quelli che durante la settimana mi sono stati vicini, a chi anche dopo si è impegnato affinché il mio giorno fosse speciale, a chi ha comprato #Poldino, un gattino miagolante di peluche perché sapeva che non potevo averne di veri, a chi mi ha donato un ombrellino rosa da borsetta perché proprio non potevo farne a meno, a chi mi ha donato un pacchetto di fazzoletti tascabile e un lapis con sopra un fiore di carta, a chi un taccuino rosa con occhiali da sole disegnati... a tutti e di più voglio dire GRAZIE.
So che a volte avreste meritato una Caterina migliore, quindi grazie di non aver giudicato troppo e aver capito, anche tirandomi un nocchino in testa, ma restando con me sempre. Questa è amicizia, tutto il resto è contorno, e anche se fa male capire che si è voluto bene a chi non lo meritava, a chi ha preso per non dare mai, fa bene sapere che al mondo esistono anche persone come voi, belle persone, che ci sono e basta, senza se e senza ma. A voi va il mio amore e la mia stima.

A te, Amodes, va la parte migliore di me... tu sai qual è; te la mando quando te ne vai, te la dono adesso per no riprenderla più.

e a voi lettori grazie per essere arrivati in fondo a questa carrellata!

mercoledì 28 ottobre 2015

#nosmoking - secondo step: la MERDA A CATASTE!

Quando si giunge alla decisione di smettere di fumare, la prima regola è: urlarlo al mondo. Ditelo a tutti: parenti, amici, vicini di casa, autista dell'autobus, parrucchiere, giardiniere, amministratore di condominio (meglio se rompipalle), dottore di famiglia, dottore non di famiglia passato lì per caso, più persone lo sapranno, più sarai costretta a mantenere fede al tuo patto. Non avrai bisogno di controllarti da sola, saranno gli occhi degli altri a farti da supervisori ogni volta che sentirai la necessità di fumare. E ricordati che ci sarà sempre qualcuno in agguato pronto a gioire se tu cadrai in tentazione mollando la tua salutare impresa (solitamente un fumatore che in passato ha tentato di smettere e non c'è riuscito).
Io ho fatto così. Ero talmente presa dall'euforia salutista che già dopo cinque giorni sbandieravo a destra e a manca la mia nuova vita da "non fumatrice"!
Chi ben comincia è a metà dell'opera, si dice, e io non volevo essere da meno. 
Il problema si è presentato appena rientrata dalle meravigliose ferie (per saperne di più leggete qui - spiego come e dove è nata questa nuova vita). Terminate le lunghe passeggiate in riva al mare, le ore trascorse a guardarsi negli occhi, a vivere al meglio ogni istante, le cene romantiche e coccolose, gli attimi vissuti ad assaporare la nuova me, mi sono ritrovata nella vita quotidiana. Ritmi, persone e paesaggi diverse hanno fatto il resto, facendomi piombare nella disperazione più nera. Come mi era saltato in mente di disfarmi dell'unica cosa che riusciva a tenermi salda alla mia vita bastarda?
Sembra assurdo, lo so. come può una sigaretta avere tanto potere? Ce l'ha, ve lo posso assicurare; altrimenti non sarebbe così difficile smettere, e per me sta diventando un calvario.
Eccola La Merda a Cataste. Un calvario che vi guiderà alla follia e alla rovina mentale, fatta di nervosismo e intolleranza, brutti pensieri e voglia di spaccare tutto, chiunque. Perché? Perché automaticamente, empiricamente, senza alcun dubbio o incertezza: appena avrete smesso di fumare, lo avrete sbandierato ai quattro venti e tutti intorno a voi saranno pronti a giudicare ogni vostra mossa, la vostra vita andrà in malora: vi si presenteranno davanti problemi cui non avreste minimamente pensato il giorno prima, si scoperchieranno vasi di pandora di cui ignoravate l'esistenza e tutto l'universo cospirerà contro di voi. Non si tratta di follia, signori, è realtà.
Tremate, perché non riuscirete più a capire il senso di ciò che si sta aprendo intorno a voi, e voragine dopo voragine, stronzo di turno dopo stronzo di turno, maledirete il giorno in cui vi siete voluti ingannare da soli, fingendovi consapevoli della vostra forza, certi che ce l'avreste fatta a qualsiasi costo.
Io ho accettato da tempo di essere fallibile e come tale mi considero, ma stavolta mi sarei aspettata di più da me stessa. Devo ricredermi: non ce la sto facendo.
Non sto fumando e attualmente sono 38 giorni che non fumo. Detto questo non ho trovato miglioramenti, psicologici quantomeno. Fisici sono indubbi, ma me ne frego dato che sto per cestinare il mio guardaroba a causa dei due culi che mi ritrovo.
Non è semplice e non mi piace. Adoro ancora l'odore del fumo, anche di quello passivo. Leccherei le dita di quelli che hanno fumato intorno a me, e mi getterei su una sigaretta almeno 10 volte al giorno.
Perché continuare, allora, se mi sta massacrando? Perché non amo perdere le scommesse e detesto il giudizio degli altri.
Allo stesso modo voglio essere onesta: se la notizia me la fossi tenuta per me, se non lo avesse saputo nessuno, se mi fossi limitata a dire "ho ridotto un po' il numero" e via dicendo, avrei ricominciato a fumare già da tempo.


giovedì 1 ottobre 2015

Ciao mi chiamo Caterina e sono una (spero) ex tossicodipendente

A questo punto dovreste salutarmi biascicando - anche mentalmente va bene - il "Ciao Caterina" noioso e cantilenante, tipico delle sedute di ex-alcoolisti o tossicodipendenti cui i telefilm americani ci hanno abituati.
Sono stata una tossicodipendente e non me ne vergogno, non adesso che ne sto uscendo, o quantomeno "sto cercando di", dovrei dire, perché esserne uscita significherebbe non sentire questo assurdo e devastante disagio del non avere più la mia meravigliosa e saporitissima droga: la nicotina. Dio il suo odore, quasi una specie di richiamo alla vita; annusare le mani di qualcuno che ha fumato era per me da piccola un'abitudine che si compiva di fronte agli occhi attoniti di mia madre, fumatrice anche lei, ma non amante delle sigarette quanto me. Io non amo le sigarette in realtà, adoro il tabacco, adoro farmele, crearla nelle mie mani, plasmarla a seconda delle esigenze: fine e "da due tiri" se non ho molto tempo per potermela gustare - se sta arrivando il treno, ad esempio - e per quanto non abbia che pochi secondi, non ne voglio buttare via neanche un soffio; o bella panciuta e soddisfacente, per fumate "a lungo termine", magari in compagnia di qualcuno - fumatore anche lui - o di un bel libro, del computer, del film di turno, del viaggio in macchina, dell'insonnia, del "sempre", perché un fumatore che si rispetti ha sempre una scusa per potersene accendere una.
Mi girano le palle
sono triste
sono felice
sono stanca
sono annoiata
sono assonnata
non riesco a dormire
ho fame
non ho fame 
ho fatto l'amore
non ho fatto l'amore
devo conoscere uno/a
devo darmi un contegno
devo sembrare sicuro/a
devo sembrare di classe
devo essere alla mano
devo consolarmi in qualche modo
devo regolarmi in qualche modo
devo arrivare a quell'ora, dai, manca poco...

Non hanno importanza i sono, non sono o devo della situazione: se sei un fumatore andrà bene qualsiasi cosa, pur di mettere in bocca una sigaretta e ogni volta ti illuderai di trovarvi giovamento, sempre, perché a te la sigaretta piace, ti piace l'odore, il sapore, la sensazione che ti dona a ogni boccata, il senso di libertà e fierezza che ti concede, anche solo per pochi istanti!
Il gesto soprattutto, quella specie di danza delle dita se sei un amante del drum - senza macchinetta per favore, i drummini si fanno a mano, punto e basta! Non voglio più tornare sull'argomento.
Apri il pacchetto di tabacco, lo metti fra indice e medio, e con l'indice tieni anche la cartina, il filtro ce l'hai in bocca, mentre con l'altra mano selezioni il tabacco da inserire - a seconda delle suddette esigenze. Chissà come mai ce ne va sempre un pochino di troppo e sei costretto a toglierne quel tanto che basta per farne un quantitativo accettabile, ma quando hai terminato di rullare, hai leccato la cartina, e con un gioco di pollici e indici, ruoti verso il cielo quella meraviglia di pochi centimetri, profumata e potente, la pace è raggiunta. Accendino, una fiammata e via, ecco sopraggiungere il piacere. E' questo che mi manca, tutto questo mondo racchiuso in un piccolo gesto che dilatato diviene poesia.

E' da domenica 20 settembre 2015 che non metto in bocca una sigaretta, ovvero dalle 19:30 circa di quella strana e distruttiva domenica in cui ho assaporato ciò che non credevo sarebbe stata la mia ultima sigaretta - altrimenti il rito lo avrei compiuto con maggior cura, anche in onore dei numerosi anni trascorsi l'una accanto all'altra. Vi starete chiedendo: Perché Caterina ti ostini a farti del male andando a sviscerare ogni particolare? Perché descrivere al dettaglio anche il più piccolo gesto legato al "fumo", arrivando a usare termini quali "danza" "poesia"? Perché ne ho bisogno, perché se non posso fumarla, almeno la racconto, e quasi mi sembra di averla fumata davvero quella maledetta sigaretta; in un certo senso mi sta appagando sì, mi sta togliendo quella sensazione di incazzatura devastante e travolgente che mi vedrebbe ingoiare un pacchetto intero, mangiarmelo direttamente - altro che sfumacchiarlo...

Perché ho deciso di smettere, poi, questa me la devo proprio spiegare!? Sono i miei polmoni che sto intossicando, mica quelli del mondo, e dei miei polmoni faccio quello che mi pare, a prescindere dal fatto che faccia loro bene o meno.
Mi ero detta che non avrei voluto essere una trentenne fumatrice, però, devo ammetterlo. Appena compiuti i fatidici 30, avrei gettato il pacchetto nel cestino e avrei detto addio per sempre a quella vita di fumo e bocche amare, per la gioia del mio corpo e del mio amodes che con tanta pazienza e sopportazione, non si era mai permesso né di giudicarmi, né di chiedermi si smettere (nonostante fosse asmatico e gli provocasse tosse e fastidi quando mi era accanto).
E poi che è successo? Il mio compleanno è passato in sordina, buttato là in un lunedì uguale a tanti altri, con qualche festeggiamento durante il lavoro e di prima mattina in casa del mio amodes. Sì perché quella meraviglia che mi ritrovo come fidanzato, ginnasta a livello agonistico, il giorno prima aveva visto bene di sfracellarsi in gara, sbriciolandosi il malleolo. Quindi che cosa c'era da festeggiare, che alle 8:00 del mattino eravamo belli pimpanti all'ospedale, pronti per il ricovero? Suvvia, ce ne sarebbero stati altri di compleanni - speravo - ma l'aver buttato nel cesso proprio il trentesimo, mi ha bruciato non poco, e mi brucia ancora, per quanto la colpa sia da imputare al destino bastardo.
Perché avrei dovuto smettere di fumare allora? E ho continuato, per un anno intero, dandoci sotto come se mi fosse stato concesso il lusso di drogarmi allegramente e giustificatamente; lo facevo con gusto, anche troppo.
Inutile, però, trovare scuse: non riuscivo a smettere, e non perché non ci fossero state le giuste contingenze. Se vuoi smettere basta un istante, l'attimo giusto in cui di fronte a un bivio scegli destra o sinistra, con un 50% di possibilità di acciaccare una merda il più delle volte, ma in questo caso di scelte sbagliate ce n'è una sola ed è evidente: continuare a fumare.
Poi il mio amodes prenota una vacanza di 10 giorni a settembre, destinazione Sardegna, "Hai bisogno di staccare!" mi dice, "quest'anno senza scuse, ci facciamo una bella vacanza insieme". Peccato che mi ritrovo a partire il 18 settembre sera, al porto di Livorno, con la febbre a 38; passo una nottata d'inferno sdraiata per terra, tremando come una foglia e maledicendo il mare troppo mosso per il mio stomaco; arriviamo al villaggio che nemmeno mi ricordo come abbiamo fatto, mi butto su letto e lì resto per due giorni: i due giorni più brutti dell'anno. La notte successiva la passo piangendo per il dolore alla testa, amodes che corre per tutto il villaggio alle 3:00 di notte in cerca del dottore che non c'è, e la giornata trascorre in maniera devastante fra un aulin e una tachipirina... e dopo tutto questo, alle 19:30 quando riesco a stare in piedi per la prima volta dopo giorni, la prima cosa che mi viene in mente di fare non è godermi il panorama con quel santo che ha vegliato su di me notte e giorno, NO! Mi accendo una merda di sigaretta, e mi rendo conto di mangiare la merda vera. Mi arriva una boccata di catrame talmente tanto amaro da farmi rimpiangere di essermi alzata. Mi sono fatta così schifo che me la sono finita tutta quella merda, e lo ripeterò fino a farmi male, era pura merda. L'ho assaporata tutta, fino all'ultimo tiro, e mentre osservavo quella vista mozzafiato, mi vedevo da fuori piccola e mediocre, stupida e fallibile, così brutta che avrei voluto graffiarmi la faccia fino a trasformarla nell'orribile visione che avevo di me.
E ho detto: Fanculo! Fanculo alle sigarette e a quello che si portano dietro, io smetto.
Ho chiuso tabacco, cartine e filtri nel luogo più recondito della valigia, e ho deciso che per tutta la vacanza non li avrei più toccati. E così è stato, senza alcuna fatica, senza nessun rimpianto. Ho smesso addirittura di bere caffè, per evitare di avere lo stimolo di accendermene una...

Ma il rientro nella quotidianità non è stato così leggero come avevo sperato. Riprendere le abitudini senza la mia fedele compagna fumante si sta rivelando un vero percorso in salita, e mi sono trovata in un giorno a combattere con me stessa come se fossi schizofrenica pura: due Caterine che litigano sul da farsi e si insultano a vicenda.

"Dai ma una sigaretta che mi fa? Posso fumarla e smettere lo stesso, ma gradualmente!"
"Cretina, infida, e stupida ragazzina, così non smetterai mai! Fai 50 addominali piuttosto, così scemi quella pancia da chiattona!!!!!"

Eccomi in una battaglia all'ultimo sangue fra il bene e il male, fra il diavolo che è in me e il buon senso che dovrei avere e che sto credendo di non trovare più.
MA NON VOGLIO MOLLARE!

Perché pensare che una cosina lunga qualche centimetro, sia più forte della mia volontà, mi fa pena, troppa pena per poterlo accettare.
E io sono forte più di lei, che è una droga, e dovremmo cominciare a chiamarla come tale!

lunedì 14 settembre 2015

Non andate a "Tutti matti per Colorno"

Se siete persone che amano il silenzio e la calma; se preferite starvene in panciolle e il massimo del movimento per voi è trascinarvi al frigo per prendere qualcosa da sgranocchiare (e di conseguenza aumentare drasticamente il vostro giro vita, già senza speranze); se siete apatici e la cosa vi piace; se la malinconia è quello che sperate il mondo vi regali; se storcete il naso quando il postino suona perché significa che dovrete interagire con un altro essere umano; se la noia è ciò che agognate più della nutella; se la vostra idea di "gita fuori porta" è andare al nuovo Lidl e vedere se le offerte del catalogo consegnatevi dal suddetto postino ci sono ancora; se avete vinto il premio per migliore spippolatore di smartphone dell'anno; se non siete e vi va bene così, allora NON ANDATE A TUTTI MATTI PER COLORNO, perché non è il posto che fa per voi.
Troppe persone - circa 40.000 quest'anno i visitatori stimati - troppi spettacoli - 24 senza contare gli indipendenti venuti a titolo personale e non presenti nel programma ufficiale - troppi stand artigianali - dai vestiti, alle borse, ai monili, ai giochi eco-sostenibili - troppe installazioni d'arte, troppi stand gastronomici - dalla pizza, ai ravioli, dal gelato vegano (grazie Dio!), alla piadina e così via - insomma troppo di tutto e tutto insieme.
Entrare in quel mondo significa perdersi completamente, tornare bambini più dei bambini. Sì, perché se per un bambino la meraviglia è una condizione sine qua non della sua età e non può fare a meno di esserne invaso, per l'adulto riuscire a meravigliarsi e lasciarsi andare all'inaspettato è doppiamente sconvolgente. Noi che siamo abituati a tutto, che abbiamo conosciuto tutto e ne siamo consapevoli (poveri illusi), che guardiamo al futuro come un film già visto - il solito lavoro, la solita dieta che non inizieremo mai quel maledetto "lunedì", la solita iscrizione in palestra dimenticata in cassetto, il solito aperitivo, ecc... - noi adulti frastornati dalla vita, quando ci perdiamo come a 5 anni, sgraniamo gli occhi di fronte a un salto mortale fatto a pochi centimetri da noi, restiamo a bocca aperta senza riuscire a chiuderla neanche volendo, quello diventa il momento di un'inevitabile e inarrestabile regressione. E dovremmo averne timore, perché ci condurrebbe a correre dietro a un pallone solo per il gusto di farlo, a sudare nella maglina nuova, a sporcare le scarpe da ginnastica che di ginnico hanno ben poco e che inneggiano allo status di accessorio glamour. Gandalf il grigio griderebbe "Fuggite, sciocchi!", conoscendo il pericolo cui andremo incontro.
"Di arte non si vive" tuonava quel gran genio di Tremonti, e aveva ragione. Perché se vivessimo di arte saremmo costretti a incontrare l'altro, senza scampo, a vederselo davanti nella sua spettacolare fragilità, simile alla nostra e tanto diversa da essere poesia; saremmo in balia della meraviglia e noi non vogliamo meravigliarci più, di niente e di nessuno; diverremmo comprensivi e aperti al mondo (ma stiamo scherzando?); il nostro orticello si dimostrerebbe troppo stretto a contenere la nostra voglia di vivere, costringendoci ad aprire il cancello, uscire e far entrare, in un via vai di esperienze, sensazioni, attimi, passioni e paure che sconvolgerebbe il delicato e apatico equilibrio in cui la società ci impone di stare.
Quell'accozzaglia di folli sparsi per le vie di Colorno sarebbe un universo troppo vasto! Ma vi pensate a ridere di niente, a sdraiarvi sull'erba con un giocoliere che si esibisce solo per voi? Vi immaginate ad applaudire sino a finirvi le mani di fronte alla straordinaria bravura di artisti provenienti da ogni parte del mondo? Potreste sopportare di divertirvi più di vostro figlio davanti alle diavolerie di un clown, di un mago, di un equilibrista, di un danzatore?
Ebbene sì, questo è ciò a cui andreste incontro: tre giorni di infanzia e spettacolarità tutta per voi, tre giorni per riscoprirvi vivi, per stupirvi del fatto che riuscite ancora a provare meraviglia.
Se temete tutto questo, vi avverto: NON ANDATE A TUTTI MATTI PER COLORNO.
Perché una volta che ci siete stati, non si torna indietro, si spalancherebbero per voi le porte di Fantasia, del Paese delle Meraviglie, vi ritrovereste a rincorrere il bianconiglio, o a volare su Falkor, il fortunadrago più famoso al mondo, e a non voler più scendere.
Se pensate, poi, di entrare a far parte dello staff o dei volontari che con tanto impegno lavorano incessantemente perché la Meraviglia diventi tale, allora siete perduti per sempre!
Io vi ho avvisati, poi non dite che non ve l'avevo detto.

martedì 8 settembre 2015

Sull'amicizia...

Ho sempre ritenuto l'amicizia un universo strano, e nell'economia della vita sopravvalutato. Mi ha sempre fatto sorridere quanto impegno le donne mettessero nell'essere amiche, specialmente in età adolescenziale. Ci si confida ogni più piccolo segreto, si costituiscono alleanze, si ordiscono complotti e cerchi della fiducia dove vige la regola "se sei mia amica, allora...", si esclude quella perché è brutta, veste male, è bella, veste troppo alla moda, piace troppo ai ragazzi, non ha i capelli lunghi, non è cresciuta con noi, parla poco, è una facile, è una casa&chiesa, legge troppo, non legge affatto, ha il cane, odia gli animali... e così via, perché poco importa come eri e chi eri, se facevi parte di un gruppo, era matematico che almeno da uno ne eri stata esclusa. E in questo si andava a giro: prima o poi toccava a tutte, anche se c'erano quelle tre (sempre e solo tre) che la facevano da padrona e erano più amiche di tutte, avevano i loro segreti che non ti avrebbero mai confidato, i loro modi di dire, di vestire, di pettinarsi, si clonavano vicendevolmente - copiarsi sarebbe stato poco - e non ti avrebbero mai inclusa nel loro mondo perfettamente costruito sul niente. 
Ecco perché l'amicizia per me era ed è sopravvalutata. Esiste raramente e per comodo, non si muove seconde le leggi che noi tutti vorremmo, ed è fallibile quanto l'uomo che ha visto bene di crearsela. Ma qualche volta capita che ci sia, che si manifesti davvero, e si dimostri un appiglio per quando non sembra ci possa essere soluzione.

giovedì 27 agosto 2015

E se l'amore, quello vero...

Agosto 2013. Squilla il telefono.
"Ciao cugi, sono Marco!"
"Ehi, come stai?!"
"Bene dai, ti chiamo per dirti che l'anno prossimo ad agosto mi sposo."
Io, ridendo: "All'anima, Marco, sei partito per tempo." 
"Si, volevo che lo sapessi il prima possibile, perché voglio che quel giorno tu ci sia."
Qualche chiacchiera in più e poi ci siamo salutati. Non sarà stata la conversazione della vita - le nostre sono sempre un po' così - ma credimi Marco, me ne ricorderò.

lunedì 10 agosto 2015

Caro nonno...

Caro Nonno,
come stai? La domanda ti sembrerà stupida... "come sto?!" diresti "Sono morto, come vuoi che stia... Bene!" e ti metteresti a ridere o a intonare una sonata classica le cui note sembrerebbero perdersi nel tempo e nei tuoi occhi, mentre vaghi lontano al ricordo di qualche concerto.