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venerdì 19 febbraio 2016

Era il 23 gennaio 2016...

Era il 23 gennaio 2016, un giorno che ad oggi sembra così lontano, forse quasi mai esistito. Eppure quel giorno io c'ero, me lo ricordo bene e ci sono foto ad attestarlo. Io c'ero e camminavo lentamente seguita da quattro persone - poche direte voi, è vero, ma necessarie al mio scopo, anzi il numero esiguo era quasi preferibile. 
Eccomi lì, all'inizio di piazza San Jacopo ad Arezzo, che mi dirigo silenziosa e lenta di fianco a una folla gremita, ammasso di persone colorate, persone arcobaleno; e non perché fossero tutte gay, se a qualcuno fosse venuto il dubbio, quanto piuttosto perché di ogni età e sesso,  colore e forma, e anche orientamento sessuale, certo. Io nera come la pece rappresentavo il pensiero che inneggia alla "Famiglia normale" - che già da sola come espressione mette paura - incarnavo quella parte del paese ancora convinta che nel 2016 vi siano vite di Serie A e di Serie B, persone migliori di altre solo perché la loro natura è consona a quella di chi punta il dito e risponde alle richieste di una convenzione sociale saldamente radicata e barbaramente mantenuta.
"Non fraintendere, io ho tanti amici gay e lesbiche e gli voglio bene, ma.." che vuol dire? Il senso di questa frase cosa significa?
"Per me possono fare quello che vogliono, basta che lo facciano a casa loro!" che vuol dire? Anche a me fa senso pensare a due che se la godono davanti così a caso, etero o gay che siano - non sono una purista, ma a me i porno non sono mai piaciuti; ho sempre preferito sperimentare sul campo, e lo mio amodes è un eccellente compagno di sperimentazione! (Ti amo!)
"Massimo rispetto per tutti, ma qui si tratta di difendere i diritti dei bambini!" che vuol dire? I bambini esistono, ci sono, e se ne fregano se sono figli di un babbo e una mamma, di due mamme, di due babbi, si interessano solo a una cosa: se vuoi loro del bene, e quanto! Ecco cosa cercano!
Inutile dire che sono migliaia gli esempi di famiglie con un unico genitore (per le più diverse ragioni) i cui figli sono cresciuti senza troppe complicazioni, così come è inutile dire che ci sono troppe famiglie normali al cui interno vi sono problemi ben più gravi del sesso dei genitori.
La famiglia è un concetto assai complicato; spesso non è come la vorremmo, talvolta ci appartiene solo in parte e nella maggior parte dei casi forma una storia a sé, personale, intima, in cui è difficile entrare e dare giudizi.
Ve ne sono di problematiche, a tratti anche assurde, ma il "problema" se c'è è da ricondurre alla persona in sé, piuttosto che al suo sesso. La convivenza fra esseri umani è tanto necessaria quanto difficile, e la famiglia ne è la sua minima espressione, un microcosmo che va formandosi giorno per giorno, che struttura regole proprie sulla base di esperienze pregresse dei componenti e nuovi fattori di disequilibrio. La mia famiglia, assolutamente fuori dall'assioma di famiglia naturale - io e mio fratello figli di un secondo matrimonio e con una sorella solo da parte di padre, ma che è sorella a tutti gli effetti, anche se non ha vissuto con noi... vabbè, è complicata ma bellissima, posso assicurarvelo! - la mia famiglia, dicevo, cambia continuamente e non è certo uguale a quando i miei genitori si incontrarono, a quando decisero di convivere, a quando nascemmo io e mio fratello o a quando, con due figli di 6 e 5 anni, decisero di sposarsi (io c'ero e me lo ricordo bene, ero ovviamente la più bella della festa, con ben tre cambi d'abito!). Le dinamiche che si sono andate formando hanno determinato le mie esperienze, così come le mie esperienze hanno mutato le dinamiche interne al nucleo strampalato che siamo! E poi il matrimonio di mia sorella, due nani di nipoti che più belli non potevano essere, e via ancora verso un nuovo matrimonio - mio fratello è chiaro, non pensate male! Io mi limito a fare da testimone a questo e a quello, ma niente di più! - insomma avete capito, un coas di nuovi membri e feste, tragedie e lacrime, come la vostra, come quella del fruttivendolo, dell'impiegato delle poste o del macellaio. Famiglie, e questo ci basti per pennellare tutte le sfumature che in quella parola vogliamo intendere. 
Se, allora, esistono così tante tipologie di famiglie che generalizzare equivarrebbe a banalizzarne l'importanza nella vita di ognuno di noi - bella o brutta che sia - perché si devono identificarne di giuste o sbagliate, perché uomo-donna sì, donna-donna e uomo-uomo no?
Se mia madre mi avesse cresciuta da sola con mia nonna, non avrei avuto una famiglia - in un certo modo - omogenitoriale? Suppongo di sì. Stessa cosa se mio padre mi avesse cresciuto con suo fratello, suo padre e via dicendo... 
"Ma non sarebbero stati una coppia!"
Ecco il problema: l'omosessualità, punto. Ancora oggi NON CI PIACE. Ditelo, ad alta voce però, senza volervi nascondere dietro a panegirici che farebbero rabbrividire il peggiore degli avvocati (non me ne voglia la categoria, mi sarebbe piaciuta come professione). Non ci piace e basta - non piace a voi per essere sinceri, perché a me va benissimo, anzi andrebbe sperimentata (io l'ho fatto!), ma forse è un concetto troppo estremo e mi fermo qui.
Vorrei però porre un quesito, sperando di non cadere in errori matematici... amodes abbi pietà di me! (lui è un matematico statistico e ho detto tutto):
Se l'omosessualità contraddistingue una condizione per cui non si è adatti a formare un nucleo familiare;
Se la famiglia è il microcosmo minimo su cui si fonda la nostra società - ce l'avete sbandierato in faccia, rintronandoci fino all'ossesso con questo baluardo della famiglia normale - e che della società è specchio;
Significa che l'individuo omosessuale - in quanto tale - non è capace di soddisfare al compito sociale, è inadatto a contribuire alla struttura della società che sulla famiglia si fonda.
Se, però, è inadatto a contribuire alla struttura della società, poiché in quanto omosessuale è per natura innaturalmente adatto a tale scopo, perché mai dovrebbe esserne sostenitore economico? (Voi paghereste una cena in un ristorante per stare fuori nel parcheggio e farla mangiare tutta a quello del tavolo accanto al vostro? Anche no!) 
Ne consegue che: gli omosessuali non devono pagare le tasse per ciò che concerne la famiglia e la sua struttura.
Faccio un esempio:
Perché io donna omosessuale che NON POSSO formare una famiglia, dovrei pagare le tasse per sostenere il pulmino pubblico e messo a disposizione dal comune dove vivo per portare i bambini a scuola di cittadini naturalmente predisposti al proseguimento e alla strutturazione della società? Quella tassa la lascerei a loro, sono figli loro, mica miei, io sono naturalmente inadatta a farmi una famiglia!
Ne faccio un altro:
Perché io uomo omosessuale che NON POSSO formare una famiglia dovrei pagare le tasse per l'assistenza sanitaria del reparto di maternità se per natura sono incapace e inadatto a farmi una famiglia e quindi a procreare? Se la paghino gli eterosessuali che possono per natura fare figli, ed essere accettati dalla società cui stanno contribuendo in modo corretto (secondo natura), a prescindere dal fatto che per cervello siano adatti o meno a crescere un figlio.
Ecco, allora potrei darvi ragione. 
Ultimissimo esempio:
Due anni fa sono stata in vacanza in Corsica con lo mio amodes, suo fratello e fidanzata. Io ero l'unica a non poter bere latte o mangiare alimenti che lo contenessero, quindi mi ero accuratamente portata cose da casa. Ogni mattina facevamo la spesa (eravamo in campeggio) per quello che avremmo mangiato durante il giorno. Va da sé che ciò che conteneva latte io NON LO PAGAVO, perché non ne avrei potuto usufruire. 
Qui è lo stesso: posso farmi una famiglia? Bene pagherò le tasse che devo. Non posso farmela e mi è interdetta qualsiasi possibilità di riconoscere la mia coppia come tale? Benissimo, lo accetto, ma non voglio pagare per chi lo può fare. Se lo paghi da sé!
"Ma è assurdo questo ragionamento!"
Non più del vostro miei signori della famiglia normale (mi fa senso ogni volta che lo scrivo).
Guardatevi intorno: che cosa è normale al giorno d'oggi? E' davvero questa la battaglia contro cui volete combattere? O ce ne sarebbero altre che meriterebbero più attenzione?
Iniziamo ad accettare e ad accogliere, perché quando toccherà agli altri accettarvi e accogliervi sarà brutto ricevere la porta in faccia.
Io quel 23 gennaio 2016 camminavo interpretando quello che non avrei voluto essere, orgogliosa di vedere che i tanti accorsi in piazza a sostenere le unioni civili nemmeno facevano caso a me... Purtroppo a tutti voi che fate muro devono fare caso per forza, perché siete voi a costringerli in un "non puoi, non devi, non sei, non farai". 
Quante piazze gremite e sonanti? Quanti baci, sorrisi, scherzi, sguardi, mani, lacrime e parole hanno inondato l'Italia (e non solo) quel giorno ?
Quando l'uomo scende in piazza per combattere in nome di un diritto diviene poesia, quando lo fa per negare un diritto che lui ha, a chi è come lui, diviene cosa?
Voi, dal basso delle vostre ottuse visioni, cosa siete divenuti? Quante piazze dovremo riempire per dimostrare che l'uguaglianza fra gli uomini non è e non può rimanere una frase fatta?
Se la risposta è milioni, che sia! A me camminare piace, e lentamente piace ancora di più. Che si consumino le scarpe, si sbuccino i piedi, si stanchino le gambe, io continuerò a camminare in piazze arcobaleno come le persone che le riempiranno.

domenica 14 febbraio 2016

Buon San Valentino amore mio

"Oggi è il sesto San Valentino insieme..."
"Il sesto?" e abbiamo riso come matti, meravigliandoci che nonostante tutto, dopo quasi sei anni, siamo ancora insieme.
Chi l'avrebbe detto? Non certo io, pessimista di natura, che quel 22 agosto 2010 mi sarebbe bastato avere un solo bacio da te, e non il primo di una lunga bellissima emozionante serie. Ma questo è, amore mio, quasi sei anni e sei San Valentino festeggiati perché tu ci tieni tanto, a differenza di me che di romantico non ho proprio niente.
Tu sei la parte più bella della nostra storia, perché se fosse stato per me avremo smesso tanto tempo fa. Io che sono pronta a rovesciare tutto in un attimo perché in quel momento così mi va, io che non credo mai in chi mi sta davanti e diffido di chiunque mi passi accanto, io che non sono proprio un fiorellino indifeso, io che di femminile ho forse solo l'apparato genitale.
E poi ci sei tu, bellissimo e con un cuore grande davvero, di quelli caldi e accoglienti, sinceri e fedeli, di quelli che speri di incontrare e che hai sognato fin da bambina; tu con le tue mani grandi che mi sanno prendere anche quando non voglio, tu che mi abbracci forte la sera prima di dormire, che ridi delle mie assurde battute - anche quando io non faccio lo stesso con le tue - tu che mi dici, la mattina appena sveglia "Quanto sei bella eh? Sei così bella da farmi arrabbiare!" e mi insegui per casa fingendo di non raggiungermi mai, io che goffa come sono non riesco nemmeno a fare mezzo giro della tavola che rischio di inciampare...
Ci sei, che sia una giornata buona o una cattiva - e di cattive ultimamente te ne sto regalando anche troppe.
Accidenti a te, che non ti importa se sono in tuta o in abito da sera. Accidenti a te, che riesci a farmi sentire donna sempre, risvegliando in me una femminilità che non ho mai creduto di avere...
Accidenti a te, sì, perché quando torno alle vecchie abitudini, crogiolandomi in frasi fatte sull'egoismo e la cattiveria del mondo, quando mi accontento di accettarli e mi compiaccio di pensare "avevo ragione a credere che...", te ne esci con un sorriso tanto bello da far crollare l'oscurità in cui mi nascondo in milioni di pezzi, che il vento è pronto a portarsi via. 
Accidenti a te che quando te ne vai la domenica sera è come se ti portassi via il sole, per rendermelo ancora più caldo e forte il sabato dopo...
Accidenti a te quando vieni alla stazione per farmi una sorpresa e passare con me quei pochi, miseri, minuti prima che il treno mi porti via...
Accidenti a te che ogni giorno ti dimostri migliore del giorno prima, e mi fai credere nel bene e nell'amore...
E accidenti a te perché quando una come me incontra uno come te e ha la straordinaria fortuna di vederlo restare nella propria vita, di sentirsi amata oltre ogni pensiero di bambina, di vivere emozioni come quelle che mi fai vivere tu... ecco, una come me in quel caso non può fare a meno di mandare a quel paese intellettuali congetture sul consumismo della festa degli innamorati, e dirti:

Auguri amore mio! Grazie per questo meraviglioso sesto San Valentino insieme! Ti amo Amodes!

scandendo così in un melenso, insulso, consumistico, banale elogio a questa insignificante Festa degli innamorati

martedì 19 gennaio 2016

Oggetti smarriti... e se ci riuscissimo a farli tornare a casa?

Ciao a tutti,è tanto che non scrivo, perché fondamentalmente non avevo niente da dire. Il 2015 era stato duro e difficile quanto il 2013 e il 2014, avevo sperato di risollevarne le sorti con il blog e la fisioterapia, ma quando dentro senti che qualcosa non torna, ha poco senso nasconderti dietro  un dito. Ieri, però, è successa una cosa che mi ha profondamente colpita e intendo colpita come un fulmine al cuore!Chi mi conosce lo sa, non sono un'amante di gioielli e preziosi in senso stretto: se non hanno un valore affettivo non racchiudono alcun interesse per me; non mi sfracello sulle vetrine luccicanti delle gioiellerie, la bigiotteria non mi attrae come una gazza ladra e se devo ricevere un regalo preferisco un libro... ma quando quel gioiello rappresenta un affetto forte, unico e speciale, allora tutto cambia.Qualche tempo fa comprai un cosiddetto "Sacchettino di protezione" una collana di corda con in fondo un sacchettino (nel mio caso di velluto verde acqua scuro) al cui interno era possibile mettere quello che si voleva: l'importante era che avesse una valenza affettiva tale da proteggerti nel corso della giornata. Io credo poco, anzi, non credo per niente, e dopo un trascorso cristiano da ultras (catechismo presenze 10/10 - messe in una settimana mi vergogno quasi a dirlo - membro del coro della chiesa - basta che sennò mi sento male!) la mia fede si è spostata in altri contesti, più cosmologici che teologici, per spiegarmi meglio: credo nell'energia dell'uomo e della natura, non in una forza divina (di qualsiasi sorta o provenienza) che segni le nostre decisioni, destini e via dicendo. Negli affetti credo ancora di più. Nelle persone che ti amano e te lo dimostrano sempre, non quando fa loro comodo, o capita per caso, no! Di quelle per cui tu vali tanto e te lo dicono giorno dopo giorno, che se stai male ci sono, se stai bene ci sono, se non le vuoi ci sono ancora di più, perché sanno che la solitudine ti uccide e ti conoscono meglio di quanto tu ti conoscerai mai. Di quelle rare, che non a tutti capita di incontrare, ma se le trovi sei costretto a credere di nuovo nel genere umano, anche se in passato ti ha deluso tanto e continua a deluderti: loro sono in grado di spazzare via il brutto nell'uomo, di regalarti fiducia nel prossimo. Insomma, sono rare, ma ci sono e quando ti regalano qualcosa tu lo tieni stretto a te come fosse parte della tua carne.Questo io ho fatto. Giravo e rigiravo il sacchettino nelle mani, immaginando cosa ci potesse essere dentro di tanto potente da farmi sentire protetta, e la soluzione arrivò da sola: due anelli di non molto valore economico, ma affettivo quello sì. Li avevo portati al dito uniti tanto e tanto a lungo da farmi venire un callo, li tenevo da sei anni al dito... sei lunghissimi anni in cui quelle due presenze mi hanno protetta nonostante tutto. Solo che ora le mie dita ospitavano altri anelli, importanti anch'essi, e non riuscivo a portarli più. Li ho messi nel sacchettino perché fossero sempre con me, proprio come lo erano stati per ben sei anni.E ieri, quando mi cambiavo in sala con gli allievi nani malefici che scorrazzavano di qua e di là e mi sono sentita vuota al petto mi si è fermato il sangue. Ho pensato come e dove potevo aver perduto il sacchettino, ho svuotato le borse, cercato fra i vestiti, mi sono spogliata e rivestita interamente. Il mio sacchettino non c'era più. Sarei corsa indietro, avrei fatto la strada di nuovo tutta, sino alla macchina, ma non potevo. Ero responsabile dei bambini, e nessuno poteva sostituirmi. Non ero sicura di averlo perso lì, è vero, ma facendo la strada a ritroso almeno avrei evitato di sentirmi inutile nel non fare niente...Ho continuato a lavorare confortandomi con l'idea: "lo hai lasciato a casa... tranquilla!" Ma rientrando la sera tardi, la mia camera è risultata vuota. Nessun sacchettino ad accogliermi, a dirmi: "Ehi, mi avevi lasciato qui, vedi? Non vado da nessuna parte se non al tuo collo...".Strano come la perdita di una piccola cosa possa risultare così distruttiva. A me quell'oggetto (e ciò che conteneva soprattutto) faceva stare bene, era un modo per sentire quelle persone vicine al mio cuore, e per sempre al mio fianco. E adesso sono triste, nel vero senso della parola, triste e arrabbiata perché so che chiunque lo abbia trovato, col cavolo che me lo riporterà! E se invece non fosse così? Se la persona in questione - pur tentata dal suo contenuto - avesse in mente di restituirlo al suo legittimo proprietario, perché ritiene sia un oggetto importante per chi lo ha perduto? Sì, voglio avere fiducia nel genere umano. Dimostriamo al mondo di cosa è capace l'uomo se si mette in testa di fare qualcosa di bello, e in fondo è una piccolissima cosa... restituire un oggetto al suo proprietario, dovrebbe essere insito nell'uomo e spero che lo sarà anche stavolta, anzi ne sono sicura.L'oggetto in questione è quello che vedete nella foto in alto, pendente al mio collo, vicino a #poldino (di cui un giorno vi parlerò, promesso). Fra l'altro nella foto in questione potete notare uno degli anelli ancora al mio dito medio sinistro, ma metto una foto più nitida così capite meglio.
Uno è la fascia che vedete al medio sinistro, una semplice fascia di metallo, con sopra incisi quattro scorpioni (o cinque non ricordo bene). E' stato il primo anello che amodes (l'amore della mia vita) mi ha regalato. Stavamo insieme da quindici giorni e lui, nella sua meravigliosa semplicità, mi regalò un anello con il mio segno inciso sopra: "Ho visto prima che lo guardavi... ti piaceva... te l'ho preso". Un gesto così piccolo per lui, un legame infinito per me. Ecco quello che contiene. Legami, affetti, ricordi.L'altro anello è quello che nella foto sopra porto al medio destro. Me lo aveva regalato un mio amico, per un motivo ben preciso. Quando avevo sedici anni avevo un anello a fascia semplice, che tenevo al pollice. Non me lo toglievo mai, era sempre con me. Ci giocavo mentre parlavo e mi identificava come persona per chi mi conosceva abbastanza bene da aver trascorso del tempo al mio fianco. Una di queste persone era (ed è) il mio migliore amico, che qualche anno dopo, fu costretto ad adempiere alla leva obbligatoria; non poteva più rinviare per via dei suoi studi, il paese chiamava e lui doveva partire. Per me fu un duro colpo, eravamo sempre insieme, io e lui, compagni di avventure e disavventure del caso, a sperimentare la vita a suon di risate. Lo immaginai nella caserma, da solo, in un mondo dove di risate ce n'erano sì, ma anche tanti silenzi e facce brutte, e decisi di dargli il mio anello: "Portalo con te, saprai che qualcuno a casa aspetta il tuo ritorno." Partì. Ci sentivamo non tanto spesso, non aveva tutta questa libertà, ma quando lo facevamo batteva sulla cornetta del telefono il mio anello, quello che si era messo al collo: "Lo porto sempre con me!" e io stavo bene. Eravamo uniti e vicini, nonostante tutto. Quando tornò a casa la prima cosa che fece fu rendermi l'anello:"è un po' consunto, ma facendolo lucidare torna come nuovo. Grazie, mi è servito per sentire che casa non era poi così lontana.""Tienilo tu - dissi - ormai è tuo. Ti dirà che ovunque andrai potrai tornare, io ci sarò, e che dovunque andrò potrò tornare, tu ci sarai!" E così fu. Quell'anello ci teneva legati, l'uno all'altra, a prescindere da chiunque entrasse nella nostra vita. Poi un giorno uscimmo, una sera come tante, di quelle che avevamo trascorso mille volte insieme e con una scusa banale: "Apri il portaoggetti, me lo prendi quel sacchetto?" mi porse una scatolina, "è tuo, così anche tu avrai qualcosa che ti conduce a me". Era un anello, quell'anello al mio dito medio destro nella foto sopra, con tre cerchi, uno più grande al centro e due più piccoli ai lati, e due piccole pietre sopra a quello centrale.Ecco il contenuto del mio sacchettino, pezzi della mia vita che sono belli, di quei momenti di cui hai bisogno per capire che non tutto è perduto, nonostante il mondo ti dimostri il contrario. Domenica mattina sono sicura di averlo avuto ancora al collo, e anche domenica pomeriggio, ma non essendone sicura, spiegherò il percorso fatto da domenica pomeriggio a lunedì pomeriggio - 24 ore in cui il sacchettino si è perso nell'universo!Firenze: Domenica pomeriggio ore 16:00 ho preso la tranvia alla fermata Talenti in direzione Stazione centrale.Ore 16:30 sono stata alla mostra Bellezza Divina a Palazzo Strozzi.Ore 19:13 ho preso il treno regionale da Firenze Santa Maria Novella diretto a Foligno, davanti a me erano seduti due ragazzi: uno sulla trentina e del Valdarno (era una faccia conosciuta, ma non ricordavo dove lo avessi visto), l'altro in età compresa fra 16 e 19 anni, amico delle due ragazze sedute alla mia sinistra, intente a leggere e ascoltare musica. Sono scena a San Giovanni Valdarno e sono tornata a casa.Lunedì pomeriggio - ore 16:10 circa - ho parcheggiato dietro la Stazione di San Giovanni Valdarno, ho fatto il sottopassaggio, attraversato Corso Italia, piazza Cavour ed entrata all'Acli dove faccio lezione di Teatro tutti i lunedì pomeriggio. Quando mi sono spogliata per fare lezione con gli allievi il sacchettino non c'era più.So che può sembrare un'impresa impossibile, ma credo nell'umanità e so che il sacchettino può tornare a casa. Ci vogliamo provare? Diffondete ovunque! Facciamo girare la notizia, prendete la foto, fate post... Dimostriamoci che siamo meglio di come ci dipingono e che l'onestà esiste ancora! Grazie e che #riportiamoilcuoreacasa abbia inizio!

martedì 24 novembre 2015

#compleanno #pinkpunkgirl - terza puntata: #Realtà sabato 7 novembre

...la saga continua e forse si conclude! Eccoci alla tanto attesa terza puntata, quella che svela il momento culmine di un compleanno così inaspettato da avermi sorpresa come non mi succedeva da molto (troppo) tempo.
Se avete letto la prima (qui) e la seconda (qui), sarete a conoscenza sia delle aspettative, sia dell'impegno messo da famiglia, amodes e allievi nel corso della settimana per festeggiare questa cinica e noiosa artistoide teatrale, dedita alla pseudo-depressione cosmica. Il 3 e il 5 novembre si erano rivelati giorni talmente ricchi di eventi e sorprese, che giunta al sabato mi trovavo ben lontana dal credere che ci sarebbe stato altro per me - quello che avevo avuto era già tanto, considerando che non mi ero preoccupata di organizzare feste, cene, o festeggiamenti di sorta, sempre in virtù dell'assioma: Avere aspettative implica delusioni, meglio stare ferma e prendere quel che viene.
Il sabato 7 novembre il mio programma era ben strutturato: mattina ripetizioni a una nana dell'amore cresciutella che necessitava di stimoli per affrontare mille mila interrogazioni, poi pranzo con la mia amica Baby e la sua meravigliosa famiglia, e pomeriggio all'insegna dello shopping. Dovete sapere, infatti, che non sono sempre stata una teatrante depressa; un tempo amavo lo shopping e girovagare per negozi mi faceva sentire bene -  in seguito il lavoro, giorno e notte, senza ferie, senza sosta, spesso senza stipendio (manco a nero!) senza contratto #questosconosciuto, e la disperata rincorsa dell'indipendenza economica, mi hanno allontanata da quella Caterina trucco&tacchi, e che in tanti momenti mi manca un po'. Non che comprassi il mondo, ma mi sapevo muovere bene fra offerte e capi stravaganti, e non disdegnavo di uscire e fare tardi, sfoggiando il capo nuovo di pacca (non di marca sia chiaro!). 
In tutto ciò Baby era sempre stata presente e per il sabato era stata categorica:
"Sabato non prendere impegni, sei per me tutto il pomeriggio. Andiamo a fare shopping, ci divertiamo... e poi devi aiutarmi a comprare il regalo per F. (N.d.A. il suo amore) per il nostro anniversario! (che cadeva proprio il 7) Poi la sera ceniamo insieme e ti festeggiamo... non fare quella faccia brontolona! Giusto una tortina e un regalino solo per te! Me lo concedi?"
Ero stata chiara anch'io in merito: non voglio feste a sorpresa! Non mi piacciono, o meglio, mi piace farle, ma non subirle; temo sempre che rimarrei delusa dal luogo scelto, dalla serata, dall'organizzazione, dagli invitati (chi c'è, chi manca, chi ha detto di no, chi non è stato invitato, chi è stato invitato e non avrei voluto... e via dicendo).
Baby lo sapeva benissimo ed era stata sufficientemente redarguita in tal senso: "Non ti ho organizzato niente! Giuro!", e io quando dice una cosa mi fido sempre.
Il gran giorno arriva, la mattinata trascorre bene (non per la creatura sotto le mie grinfie per ben due ore di ripetizioni), il pranzo si conclude e siamo pronte per partire: io, Baby e M. la piccola di casa -  sì, perché fra la Caterina shoppingara e l'artista depressa ne è trascorso di tempo e Baby ha visto bene di rendermi zia non una, ma due volte: B. la più grande (3 anni di boccoli e occhioni a cerbiatto) sarebbe stata con il babbo, la piccola di 3 mesi sarebbe venuta con noi - dato che le poppe della mamma sarebbero state a fare shopping!
ore 15:00 partiamo alla volta dei Gigli e come una bambina di fronte al paese dei balocchi, corro di qua e di là senza sosta, con Baby che ride a crepapelle delle mie follie. Negozi, negozi a perdita d'occhio, e mentre penso che è davvero passato troppo tempo da quei giorni di sfrenate corse al ribasso e scarpe con il tacco, mi piace appurare che nonostante i figli, il lavoro e la vita ci richiedano di essere donne adulte, io e Baby siamo sempre noi, con i nostri giochi, le battute, gli sguardi e le ciaccole infinite. La piccola M. qualche volta si fa sentire, ma non più di ogni bambino presente: piange, mangia, dorme dopo essere stata cambiata, il tutto per 4 ore!
Ce ne usciamo dal centro commerciale cariche di vestiti e pienamente soddisfatte, ma ci accorgiamo che è tardi per andare a fare incetta di scarpe: gli uomini ci stanno aspettando a casa e non amano attendere; e poi la piccola ha bisogno di riposo, anche se ha retto bene la giornata (è donna, lo shopping è nel suo DNA). Telefono allo mio amodes e scopro che è già arrivato a casa di Baby: "arriviamo verso le 20:00, partiamo adesso" gli dico, e lui esordisce con "fai con calma, va bene... vi siete divertite?"... Mmm questa cosa mi puzza, ma ci passo sopra, M. ha iniziato un concerto in macchina di urla che potrebbero sentirla dall'Abetone, e mi concentro sulla guida dolce per evitare ulteriori traumi alla nana malefica.
"Ah, devo passare da una signora a vedere una stanza per la cresima di mia nipote... 10 minuti a Figline e saliamo su!" esordisce Baby, e io me la bevo, ma resto pur sempre dubbiosa. Amodes che non è in ansia da ritardo, Baby che deve vedere una stanza... inoltre i miei genitori, che ogni fine settimana smusano perché parto il sabato mattina e torno la domenica sera, stamattina sono stati insolitamente cordiali: "divertiti stasera"... a cosa si riferivano? Inizio a sospettare qualcosa, ma penso anche che sono stata chiara: NIENTE FESTE A SORPRESA! E non credo che di fronte a tanto impegno nell'urlarlo al mondo, qualcuno si sia preso la briga di organizzarla, giusto?
Giungiamo al luogo dell'appuntamento, e tutto tace. 
"Vai tu... io ti aspetto in macchina con la bimba" dico.
"No, dai, accompagnami! Se poi M. si mette a piangere?! Me la tieni tu dai!"
E va bene! Ci incamminiamo verso quello che sembra il retro di qualcosa; una scenderia curvata ci fa da strada e dalle finestre alte e strette intravedo una luce bluastra e sagome di festoni appesi... inizio a presagire il peggio.
"Baby, mica ci sarà una festa a sorpresa lì dentro vero?" lei non risponde.
"Baby mi incazzo come una iena condor e lo sai... giura che nessuno urlerà Sorpresaaaaaaaaaaaa, o ti lascio qui e ti mollo con la nana nell'ovetto!"
"Te lo giuro! Nessuno dirà sorpresa!"
Ma io sono già lì che ho capito la situazione e non posso tornare indietro. Mi hanno fregata e anche perbene stavolta!
Mi avvicino alla porta e la chiudo per errore, il maniglione antipanico è all'interno e non posso entrare, ma nel frattempo dalla porta a vetri vedo partire un filmato proiettato sul muro: ci sono io... il mio faccione che scorre, le mie pose stupide e strane, i selfie con i miei allievi, le foto dello spettacolo di fine anno, loro che si divertono a fare linguaccia, che sorridono immobili di foto in foto, bloccati nel tempo io e loro, in momenti che se anche non torneranno più, ci sono stati e fanno bene al cuore.
Mio cognato viene ad aprire,io entro e mi piazzo davanti a quel tuffo nel passato. Sono incazzata come una bestia, vestita male, struccata, impreparata a quello che accadrà, non so e non sapere per me è una tortura!
Poi qualcosa si rompe, dentro... sento un crack forte, deciso, e le lacrime iniziano a scendere senza poterle fermare. Con la coda dell'occhio inizio a vedere ombre che si affollano una accanto all'altra, la piccola B. che mi viene alle gambe e vuole essere presa in braccio, le silenziose presenze che diventano rumore assordante. Il video finisce, la luce si accende. Nessuno grida sorpresa, nessuno parla...Li osservo uno ad uno, sono volti che conosco e sono carichi di aspettative: vogliono sapere se questa sorpresa che non ho voluto e che ho temuto a lungo è riuscita davvero, se sono felice del loro impegno... e io mi sento la solita ingrata. Mia nipote, quell'ammasso di boccoli biondi e dolcezza allo stato puro mi viene alle gambe: "Auguri ziaaaa" e io mi sento morire, mi si spezzano le ginocchia più di quanto non lo siano in realtà e non so come fare a stare in piedi. Che faccio adesso? Mi sento spiazzata e confusa, ma stranamente e straordinariamente FELICE. 
Inizio a baciarli tutti, mi sento addosso le mani, le bocche, il frastuono da festa che ha finalmente inizio, con la musica si sparge l'allegria per la riuscita del tutto, le pacche di compiacimento, le domande, "non te n'eri accorta?" mi verrà ripetuto per tutta la sera e godranno nel sentirmi ripetere "no" perché è vero, non me l'aspettavo, non quest'anno!
"Te l'avevo detto che nessuno avrebbe detto sorpresa" sussurra Baby, e tra le facce gongolanti intravedo lo mio Amodes, l'organizzatore, che ha atteso un anno intero questo momento e mi guarda come se dai miei occhi dipendesse tutto il suo mondo.
Questa festa, infatti, era stata preparata lo scorso anno, allestita con largo anticipo e sin nei minimi dettagli; il 2 novembre, però, il destino aveva in serbo altri piani: lo mio amodes in gara a Livorno si era infortunato; corsa all'ospedale, malleolo rotto, operazione e ripresa lenta e faticosa. Tutto era stato disdetto, con un'unica certezza: silenzio assoluto, la festa sarebbe stata riproposta l'anno dopo. Da allora sono cambiate molte cose e, a conti fatti, sono felice che sia andata così. Mancavano alcuni, cui si sono sostituiti altri.
So di persone invitate che non sono potute venire e alle quali è dispiaciuto molto... so di altre che hanno accampato scuse per non esserci, e di questo mi dispiace, ma non si può piacere a tutti, anche se ti dicono il contrario, e non a tutti riesce essere un buon amico, o un buon familiare - perché anche in famiglia ci sono state brutte sorprese e amare delusioni.
Quantomeno prendi le misure per il futuro e fai tesoro di quanto ti è stato dato, di bene e/o di male.
Ho visto che in tanti si sono fatti in mille per rendermi felice, rubando tempo anche alla propria famiglia e ai figli; li ho visti fremere nei primi istanti in cui la luce si è accesa e tirare un sospiro di sollievo vedendo che sul mio viso, qualunque cosa fosse, era positiva! C'è chi ha fatto da mangiare tutto il giorno e ha continuato fino a sera; chi ha corso come un matto facendo torte, allattando, portandomi in giro e regalandomi attimi indimenticabili; chi è venuto da lontano e non ha sentito il peso della strada, ha portato con sé il proprio amore e insieme si sono dati anima e corpo perché io fossi protagonista ancora una volta; chi ha raccolto foto per farmi video strappacuore (maledetti loro); chi ha scelto di esserci nonostante tutto e arrivando in ritardo, ma a chi importa? C'erano e questo basta...
Mi hanno fatta sentire una principessa in rosa, perché tutti gli addobbi erano rosa, la torta era rosa, i piattini erano rosa... insomma avete capito...
A tutti loro, a quelli che durante la settimana mi sono stati vicini, a chi anche dopo si è impegnato affinché il mio giorno fosse speciale, a chi ha comprato #Poldino, un gattino miagolante di peluche perché sapeva che non potevo averne di veri, a chi mi ha donato un ombrellino rosa da borsetta perché proprio non potevo farne a meno, a chi mi ha donato un pacchetto di fazzoletti tascabile e un lapis con sopra un fiore di carta, a chi un taccuino rosa con occhiali da sole disegnati... a tutti e di più voglio dire GRAZIE.
So che a volte avreste meritato una Caterina migliore, quindi grazie di non aver giudicato troppo e aver capito, anche tirandomi un nocchino in testa, ma restando con me sempre. Questa è amicizia, tutto il resto è contorno, e anche se fa male capire che si è voluto bene a chi non lo meritava, a chi ha preso per non dare mai, fa bene sapere che al mondo esistono anche persone come voi, belle persone, che ci sono e basta, senza se e senza ma. A voi va il mio amore e la mia stima.

A te, Amodes, va la parte migliore di me... tu sai qual è; te la mando quando te ne vai, te la dono adesso per no riprenderla più.

e a voi lettori grazie per essere arrivati in fondo a questa carrellata!

domenica 1 novembre 2015

Halloween: Satana, Gesù o che altro?

31 ottobre: Halloween.
Fin qui tutto bene, se non fosse che: non è una festa cattolica, non è una festa italiana, non deriva da tradizioni autoctone, non riguarda il nostro sostrato, non ci identifica come popolo, non ci appartiene, e fingiamo che abbia elencato altri "non" del caso, almeno avrò fatto felice l'esercito del "No ad Halloween!".
Vero, non sono cresciuta girovagando mascherata per le case il 31 sera gridando con voce stridula: "Trick or Treat?" (Dolcetto o scherzetto). Sono d'accordo con chi afferma che si tratti di una festa giunta a noi da influenze esterne, a mio avviso prettamente americane e anglosassoni, ma ritengo che se ne stia facendo un caso più grande di quanto sia in realtà.
L'interesse per questa festa da parte mia è pari a zero, ovvero: non la vivo come qualcosa da festeggiare a tutti i costi, per la quale valga la pena di sciorinare grandi preparativi e se mi ritrovo il 31 sera in casa, da sola, con un libro in mano davanti al fuoco va bene lo stesso.
Non fa parte delle mie tradizioni, non la riconosco come tale e non me ne dovrebbe fregare niente di renderla un giorno memorabile... ma! Qui sorge un ma: chi l'ha detto che non possa diventare una scusa per divertirsi e stare insieme, magari mascherandosi e passando il limite del socialmente accettabile?
Per scrivere questo post mi sono messa alla strenua ricerca di fonti e informazioni circa la sua reale origine, della quale avevo letto qualcosa in passato.
Vi ricordate questo film? Nel 1993 usciva nelle sale Hocus Pocus, e la piccola Caterina ne faceva la strabiliante scoperta, facendolo divenire uno dei suoi film preferiti (avevo nove anni, evitate i commenti!). Non riuscivo, però, a capire di quale festa si stesse parlando. Ripensate a quegli anni e ditemi se Halloween era già l'Halloween che conosciamo oggi, una festa a livello globale, seconda solo al Natale - così dicono le statistiche di vendita dei prodotti annessi. Ovviamente no! Di Halloween si sapeva quello che la televisione, americana in particolare, ci passava e io - secchiona nell'anima - mi misi alla ricerca di questa strana festa, che a me sembrava molto più somigliare al carnevale, essendo tutti i partecipanti travestiti. All'epoca era ancora in voga la spiegazione secondo cui la festa di Halloween fosse da far risalire a quella di Samhain, il capodanno celtico, tesi che ad oggi sembrerebbe del tutto errata, ma che ancora vede numerosi sostenitori.
A poco a poco, Halloween ha iniziato a invadere le nostre strade, il tutto in virtù del mercato che ne stava avvertendo la grande potenza: se in America, ad esempio, si spendevano milioni di dollari per festeggiarlo, poteva accadere lo stesso in altri paesi? Era possibile inserire questa festa nei calendari altrui e farla divenire punto di riferimento annuale? Il mercato avrebbe di lì a poco avuto la conferma delle proprie previsioni, e i grandi festeggiamenti che ci hanno visti impegnati sabato - dal costume preparato per tempo, ai make-up mostruosi, ai nani malefici che si aggiravano con genitori (più o meno partecipi) al seguito - ne sono la prova.
E ora vi chiedo: è questa una colpa? Ci dobbiamo sentire vittime di un raggiro economico-sociale che ci vede succubi manichini nelle mani di un consumismo trito e ritrito, del quale non riusciamo a fare a meno? Viaaaaaaaaaaaaaa... 
Nei numerosi siti che ho visitato mi sono trovata di fronte a opinioni contrastanti, che oscillano fra le seguenti sintesi:
Halloween è
- una super figata!
- una mera forma di consumismo che ci vede schiavi!
- una festa di origine celtica, evolutasi nel tempo.
- una festa Satanica (qui scende in campo la religione nostrana)
- una festa cristiana; evidentemente parte della nostra tradizione!

Tralascio le tesi più tristi e mi concentro su due in particolare: Satana vs Jesus.
Festa Satanica? Eccome anche! Addirittura vi sarebbero testimonianze di una ex satanista che racconta di sacrifici animali e umani, abusi su minori e messe nere nel corso della notte del 31 ottobre. Ora, che i satanisti fossero gente un po' strana è appurato, e la verginella redenta che se ne è uscita con tali affermazioni tutta tutta non c'era manco prima, a mio avviso, se è stata testimone di tali abomini contro l'uomo e l'essere vivente in generale al grido di "viva Satana!" così, a caso! Che vi possano essere geni del male che utilizzano quella notte per tali atrocità posso anche crederci, che però far festeggiare Halloween ai bambini vada a incentivare il satanismo nelle loro piccole menti, andando a creare un nuovo numerosissimo esercito di Anticristo mascherati per le strade, anche no! Di eserciti del male se ne vedono anche troppi al mondo e i nani mascherati li escluderei dal gruppo. Non sono della stessa opinione numerosi figli di Dio, così si definiscono, che se ne escono con tali genialate.
e si giunge fino alla perla del Comune di Caccamo:(leggi qui la notizia) dove il sindaco avrebbe vietato la festa in seguito a passati atti di vandalismo verificatisi proprio in quella notte - problematica che esula dalla festa, a mio parere, e va a identificarsi nella maleducazione personale - il cui divieto, però, è stato preso a emblema dai perbenisti di cui sopra.
Festa di Gesù? A detta della cristianissima e agguerritissima Giovanna Jacob, Sì, e il suo articolo qui lo spiega passo per passo. Chi sia Giovanna Jacob non lo so, ammetto la mia ignoranza e vado a cospargermi il capo di cenere, e poi mi informerò in merito. Inutile che vi riporti tutta la sua riflessione, che potete andare a leggere di persona e farvi un'opinione personale. Vi riporto solo un breve incipit che da avvio alla teorizzazione che la Jacob vuole dimostrare:
"[...]è una festa cattolica inventata da immigrati cattolici (irlandesi e francesi) in una nazione puritana. Non potendo sopportare che la festa più popolare degli Usa abbia origini “papiste”, i discendenti dei puritani ne hanno sempre parlato malissimo. Nel XIX secolo misero in giro la voce che la festa cattolica di Halloween discendesse da una festa celtica legata al culto dei morti, nel XX misero in giro la voce che durante quella festa celtica si facessero sacrifici umani al dio della morte. In realtà, come abbiamo visto, la festa di Halloween non ha nessun legame, né diretto né indiretto, col paganesimo antico. La festa da cui discende l’attuale festa di Halloween nacque in Irlanda fra VIII e IX secolo dopo Cristo, quando il paganesimo celtico era del tutto estinto. Halloween significa letteralmente “festa della vigilia di Ognissanti”. Tuttora sopravvivono in varie parti d’Europa feste di origine medievale in onore dei santi e dei morti che somigliano in maniera sorprendente alla celebre festa americana. Dunque Halloween non oscura in nessun modo le nostre tradizioni ma piuttosto le illumina.


Detto questo, tutta la mia attenzione vuole concentrarsi in un unico grande assioma: MACHISSENEFREGA!
Satana, Gesù, tutti i santi a raccolta! Capisco la religiosità - un tempo sono stata credente e praticante, cantavo nel coro della chiesa, ero vergine convinta e catechista a tempo pieno, poi ho scoperto la vita, ma questa è un'altra storia, è mia e non è da identificarsi con la giusta via, quindi la eclisso. Dicevo, capisco il rispetto per le proprie tradizioni e capisco che si debba talvolta dare giustificazione a tutto per poterci credere davvero; ma qui si sta parlando di una festa e come tale dovrebbe essere intesa. Il mondo che viviamo oggi è già abbastanza duro e disamorato che non ha bisogno né di nuovi tribunali dell'inquisizione, né di cacce alle streghe. 
La grande vittoria di questa festa voglio attribuirla alla necessità di stare insieme, al bisogno estremo di prevaricare i limiti, con uno spirito più simile al carnevale appunto - almeno in Italia. 
Io non avevo intenzione di festeggiarlo, e invece mi ha portato:
  • un cappello rosa che mi ha resa felice come una bambina di cinque anni!
  • una cena con le amiche di un tempo, che non vedevo da anni e che ho ritrovato più belle e più pazze di prima!
  • un proseguimento di serata in compagnia dello amodes, ma è un'altra storia e non necessita di foto!
  • una maschera fatta a mano da una mia minuscola allieva, #micronanodellamore, che ha dedicato il suo tempo a disegnarla, colorarla, ritagliarla, attaccarci un nastro rosa (ovvio!) e regalarla a me!
Se Halloween è questo, penso sia giunto il momento di iniziare a festeggiarlo!

mercoledì 28 ottobre 2015

#nosmoking - secondo step: la MERDA A CATASTE!

Quando si giunge alla decisione di smettere di fumare, la prima regola è: urlarlo al mondo. Ditelo a tutti: parenti, amici, vicini di casa, autista dell'autobus, parrucchiere, giardiniere, amministratore di condominio (meglio se rompipalle), dottore di famiglia, dottore non di famiglia passato lì per caso, più persone lo sapranno, più sarai costretta a mantenere fede al tuo patto. Non avrai bisogno di controllarti da sola, saranno gli occhi degli altri a farti da supervisori ogni volta che sentirai la necessità di fumare. E ricordati che ci sarà sempre qualcuno in agguato pronto a gioire se tu cadrai in tentazione mollando la tua salutare impresa (solitamente un fumatore che in passato ha tentato di smettere e non c'è riuscito).
Io ho fatto così. Ero talmente presa dall'euforia salutista che già dopo cinque giorni sbandieravo a destra e a manca la mia nuova vita da "non fumatrice"!
Chi ben comincia è a metà dell'opera, si dice, e io non volevo essere da meno. 
Il problema si è presentato appena rientrata dalle meravigliose ferie (per saperne di più leggete qui - spiego come e dove è nata questa nuova vita). Terminate le lunghe passeggiate in riva al mare, le ore trascorse a guardarsi negli occhi, a vivere al meglio ogni istante, le cene romantiche e coccolose, gli attimi vissuti ad assaporare la nuova me, mi sono ritrovata nella vita quotidiana. Ritmi, persone e paesaggi diverse hanno fatto il resto, facendomi piombare nella disperazione più nera. Come mi era saltato in mente di disfarmi dell'unica cosa che riusciva a tenermi salda alla mia vita bastarda?
Sembra assurdo, lo so. come può una sigaretta avere tanto potere? Ce l'ha, ve lo posso assicurare; altrimenti non sarebbe così difficile smettere, e per me sta diventando un calvario.
Eccola La Merda a Cataste. Un calvario che vi guiderà alla follia e alla rovina mentale, fatta di nervosismo e intolleranza, brutti pensieri e voglia di spaccare tutto, chiunque. Perché? Perché automaticamente, empiricamente, senza alcun dubbio o incertezza: appena avrete smesso di fumare, lo avrete sbandierato ai quattro venti e tutti intorno a voi saranno pronti a giudicare ogni vostra mossa, la vostra vita andrà in malora: vi si presenteranno davanti problemi cui non avreste minimamente pensato il giorno prima, si scoperchieranno vasi di pandora di cui ignoravate l'esistenza e tutto l'universo cospirerà contro di voi. Non si tratta di follia, signori, è realtà.
Tremate, perché non riuscirete più a capire il senso di ciò che si sta aprendo intorno a voi, e voragine dopo voragine, stronzo di turno dopo stronzo di turno, maledirete il giorno in cui vi siete voluti ingannare da soli, fingendovi consapevoli della vostra forza, certi che ce l'avreste fatta a qualsiasi costo.
Io ho accettato da tempo di essere fallibile e come tale mi considero, ma stavolta mi sarei aspettata di più da me stessa. Devo ricredermi: non ce la sto facendo.
Non sto fumando e attualmente sono 38 giorni che non fumo. Detto questo non ho trovato miglioramenti, psicologici quantomeno. Fisici sono indubbi, ma me ne frego dato che sto per cestinare il mio guardaroba a causa dei due culi che mi ritrovo.
Non è semplice e non mi piace. Adoro ancora l'odore del fumo, anche di quello passivo. Leccherei le dita di quelli che hanno fumato intorno a me, e mi getterei su una sigaretta almeno 10 volte al giorno.
Perché continuare, allora, se mi sta massacrando? Perché non amo perdere le scommesse e detesto il giudizio degli altri.
Allo stesso modo voglio essere onesta: se la notizia me la fossi tenuta per me, se non lo avesse saputo nessuno, se mi fossi limitata a dire "ho ridotto un po' il numero" e via dicendo, avrei ricominciato a fumare già da tempo.


giovedì 22 ottobre 2015

Bic for Her - in che senso?

Stamattina mi sono imbattuta in una chicca e non ho potuto fare a meno di pensarci per tutto il giorno. Si tratta di un video di Ellen Degeneres che, all'interno del proprio programma the ellen degeneres show, mostra un nuovo modello di penne della nota casa di produzione BIC, un modello pronto a sconvolgere per sempre il nostro modo di scrivere - e per nostro intendo quello femminile perché la penna in questione è for her, non for him, chiaro?
Essendo una patita di penne, lapis, gomme, cancelline, astucci, adesivi, scotch, ricariche, e chi più ne ha più ne metta, ed essendo al limite dell'ossessione e della compulsione, ho dovuto documentarmi. Necessitavo di controllarne il colore, perché se fossero state rosa le avrei amate, volute, ordinate e comprate. Ed ecco la vasta gamma di Bic for her che sono riuscita a reperire.





Devo ammetterlo, a me piacciono e molto, ma non certo perché sono femmina, quanto piuttosto perché amo il rosa e ciò che gli ruota attorno. Ormai lo avete capito e se non vi fosse stato chiaro prima, adesso avete la conferma del mio essere PINKpunkgirl, ciò non significa, però, che riesca a comprendere un'operazione marketing di questa portata. Forse il mio cervello da femmina ammaliata dal rosa sta facendo acqua da tutte le parti, ma la reputo di uno squallore cosmico. Io stessa che vestirei di rosa sempre, giorno e notte, estati e inverni, che ho riempito il mio astuccio rosa di penne rosa che scrivono rosa (qualcuna anche di blu, lo ammetto), di gomme rosa, di cancelline rosa, di trincetti rosa, di lapis rosa, di righelli rosa, devo continuare?!, ritengo una castroneria tale questa operazione, che mi verrebbe di urlare sino allo sfinimento in faccia al cretino che l'ha escogitata. Poi, lo abbraccerei e gli farei i complimenti, perché ci ha dato il senso del reale, di un mondo in cui possono esistere a buon diritto e senza che nessuno debba indignarsi, luccicanti penne for her.
Non sono una femminista ossessionata dalla parità dei sessi, né mi ritengo uguale agli uomini. Donna e uomo hanno esigenze diverse, fisicamente, biologicamente e mentalmente, e di questo sono fermamente convinta; così come sono altrettanto convinta che entrambi i sessi meritino gli stessi diritti e trattamenti di fronte alla legge, al lavoro, allo studio, all'amore, al sesso, al tutto. 
Non voglio fare delle Bic for her il baluardo della propaganda sessista che ancora si muove nella nostra società, perché non lo sono, per quanto siano di una tristezza epica. Il vero problema è altro ed è talmente radicato da risalire al fondamento della nostra società maschilista, di cui la nostra lingua ne è il più chiaro esempio. Non possiamo meravigliarci se nel 2015 ci propinano ancora la penna da donna e da uomo, e i perché sono tanti:
  1. Perché ancora accettiamo che ci venga chiesto di fare pompini per una parte a Teatro o al Cinema, per un posto di lavoro, per un avanzamento di carriera, per qualsiasi cosa - non ditemi di no, e non scandalizzatevi per le parole forti... siate seri/serie e fatela finita con i "oh, ha detto pompini!"...
  2. Perché in qualsiasi pubblicità che si rispetti, di qualsiasi prodotto si tratti e in qualsiasi piattaforma la si incontri - televisione, web, stampa che sia - c'è una donna nuda e a noi va bene.
  3. Perché siamo fermi ai tempi in cui: hai un utero quindi devi procreare. Se scegli di non farlo: che tu sia maledetta. Se non puoi farlo: poverina, puoi sempre adottarne uno no?
  4. Perché fingiamo di essere emancipate, ma aspettiamo che il principe azzurro venga a salvarci, ci restiamo male quando ci accorgiamo che non esiste, ci sfiniamo di antidepressivi e rasiamo a zero il conto in banca con shopping compulsivo, e ci accontentiamo di dire la frase più fatta della storia: "chi non mi ama non mi merita", quando ci siamo fatte calpestare per mesi da un cretino convinto che il centro dell'universo fosse il suo pisello e i cinque minuti in cui era in grado di farlo funzionare.
  5. Perché ancora la donna è donna e resta tale, ma nel nostro mondo essere donna ha il significato di "da meno", e noi ci crediamo pure.
Non entro in merito di temi più alti e complessi cui l'argomento donna si porta con sé. Penso solo che il motivo per cui sul mercato appaiano oggetti del genere e di genere si radica in ciò che siamo e in come viviamo, in quello che abbiamo accettato come tale, senza renderci conto che ne avremmo pagato il prezzo.
Indignarsi per le penne for her è come voler costruire una casa, iniziando con comprare le tende per il soggiorno - meglio se a fiorellini rosa.
Le Bic for her sono apparse sul mercato nel 2012, la puntata di Ellen è andata in onda il 12 ottobre 2012 e ve la riporto qui sotto, perché a dispetto di ciò che si può dire o pensare, fa morire dal ridere. 
Inoltre mi sono imbattuta in un divertente articolo del 3 settembre 2012 Bic "For Her", la penna suscita polemiche e sarcasmo in rete dove si prendono in esame anche i commenti degli utenti di Amazon particolarmente indispettiti da questa operazione.

A me il tutto fa sorridere, e forse le comprerei anche le Bic for her, perché il rosa mi piace e le penne sbrilluccicose sono sempre state un must nel mio astuccio. 

giovedì 1 ottobre 2015

Ciao mi chiamo Caterina e sono una (spero) ex tossicodipendente

A questo punto dovreste salutarmi biascicando - anche mentalmente va bene - il "Ciao Caterina" noioso e cantilenante, tipico delle sedute di ex-alcoolisti o tossicodipendenti cui i telefilm americani ci hanno abituati.
Sono stata una tossicodipendente e non me ne vergogno, non adesso che ne sto uscendo, o quantomeno "sto cercando di", dovrei dire, perché esserne uscita significherebbe non sentire questo assurdo e devastante disagio del non avere più la mia meravigliosa e saporitissima droga: la nicotina. Dio il suo odore, quasi una specie di richiamo alla vita; annusare le mani di qualcuno che ha fumato era per me da piccola un'abitudine che si compiva di fronte agli occhi attoniti di mia madre, fumatrice anche lei, ma non amante delle sigarette quanto me. Io non amo le sigarette in realtà, adoro il tabacco, adoro farmele, crearla nelle mie mani, plasmarla a seconda delle esigenze: fine e "da due tiri" se non ho molto tempo per potermela gustare - se sta arrivando il treno, ad esempio - e per quanto non abbia che pochi secondi, non ne voglio buttare via neanche un soffio; o bella panciuta e soddisfacente, per fumate "a lungo termine", magari in compagnia di qualcuno - fumatore anche lui - o di un bel libro, del computer, del film di turno, del viaggio in macchina, dell'insonnia, del "sempre", perché un fumatore che si rispetti ha sempre una scusa per potersene accendere una.
Mi girano le palle
sono triste
sono felice
sono stanca
sono annoiata
sono assonnata
non riesco a dormire
ho fame
non ho fame 
ho fatto l'amore
non ho fatto l'amore
devo conoscere uno/a
devo darmi un contegno
devo sembrare sicuro/a
devo sembrare di classe
devo essere alla mano
devo consolarmi in qualche modo
devo regolarmi in qualche modo
devo arrivare a quell'ora, dai, manca poco...

Non hanno importanza i sono, non sono o devo della situazione: se sei un fumatore andrà bene qualsiasi cosa, pur di mettere in bocca una sigaretta e ogni volta ti illuderai di trovarvi giovamento, sempre, perché a te la sigaretta piace, ti piace l'odore, il sapore, la sensazione che ti dona a ogni boccata, il senso di libertà e fierezza che ti concede, anche solo per pochi istanti!
Il gesto soprattutto, quella specie di danza delle dita se sei un amante del drum - senza macchinetta per favore, i drummini si fanno a mano, punto e basta! Non voglio più tornare sull'argomento.
Apri il pacchetto di tabacco, lo metti fra indice e medio, e con l'indice tieni anche la cartina, il filtro ce l'hai in bocca, mentre con l'altra mano selezioni il tabacco da inserire - a seconda delle suddette esigenze. Chissà come mai ce ne va sempre un pochino di troppo e sei costretto a toglierne quel tanto che basta per farne un quantitativo accettabile, ma quando hai terminato di rullare, hai leccato la cartina, e con un gioco di pollici e indici, ruoti verso il cielo quella meraviglia di pochi centimetri, profumata e potente, la pace è raggiunta. Accendino, una fiammata e via, ecco sopraggiungere il piacere. E' questo che mi manca, tutto questo mondo racchiuso in un piccolo gesto che dilatato diviene poesia.

E' da domenica 20 settembre 2015 che non metto in bocca una sigaretta, ovvero dalle 19:30 circa di quella strana e distruttiva domenica in cui ho assaporato ciò che non credevo sarebbe stata la mia ultima sigaretta - altrimenti il rito lo avrei compiuto con maggior cura, anche in onore dei numerosi anni trascorsi l'una accanto all'altra. Vi starete chiedendo: Perché Caterina ti ostini a farti del male andando a sviscerare ogni particolare? Perché descrivere al dettaglio anche il più piccolo gesto legato al "fumo", arrivando a usare termini quali "danza" "poesia"? Perché ne ho bisogno, perché se non posso fumarla, almeno la racconto, e quasi mi sembra di averla fumata davvero quella maledetta sigaretta; in un certo senso mi sta appagando sì, mi sta togliendo quella sensazione di incazzatura devastante e travolgente che mi vedrebbe ingoiare un pacchetto intero, mangiarmelo direttamente - altro che sfumacchiarlo...

Perché ho deciso di smettere, poi, questa me la devo proprio spiegare!? Sono i miei polmoni che sto intossicando, mica quelli del mondo, e dei miei polmoni faccio quello che mi pare, a prescindere dal fatto che faccia loro bene o meno.
Mi ero detta che non avrei voluto essere una trentenne fumatrice, però, devo ammetterlo. Appena compiuti i fatidici 30, avrei gettato il pacchetto nel cestino e avrei detto addio per sempre a quella vita di fumo e bocche amare, per la gioia del mio corpo e del mio amodes che con tanta pazienza e sopportazione, non si era mai permesso né di giudicarmi, né di chiedermi si smettere (nonostante fosse asmatico e gli provocasse tosse e fastidi quando mi era accanto).
E poi che è successo? Il mio compleanno è passato in sordina, buttato là in un lunedì uguale a tanti altri, con qualche festeggiamento durante il lavoro e di prima mattina in casa del mio amodes. Sì perché quella meraviglia che mi ritrovo come fidanzato, ginnasta a livello agonistico, il giorno prima aveva visto bene di sfracellarsi in gara, sbriciolandosi il malleolo. Quindi che cosa c'era da festeggiare, che alle 8:00 del mattino eravamo belli pimpanti all'ospedale, pronti per il ricovero? Suvvia, ce ne sarebbero stati altri di compleanni - speravo - ma l'aver buttato nel cesso proprio il trentesimo, mi ha bruciato non poco, e mi brucia ancora, per quanto la colpa sia da imputare al destino bastardo.
Perché avrei dovuto smettere di fumare allora? E ho continuato, per un anno intero, dandoci sotto come se mi fosse stato concesso il lusso di drogarmi allegramente e giustificatamente; lo facevo con gusto, anche troppo.
Inutile, però, trovare scuse: non riuscivo a smettere, e non perché non ci fossero state le giuste contingenze. Se vuoi smettere basta un istante, l'attimo giusto in cui di fronte a un bivio scegli destra o sinistra, con un 50% di possibilità di acciaccare una merda il più delle volte, ma in questo caso di scelte sbagliate ce n'è una sola ed è evidente: continuare a fumare.
Poi il mio amodes prenota una vacanza di 10 giorni a settembre, destinazione Sardegna, "Hai bisogno di staccare!" mi dice, "quest'anno senza scuse, ci facciamo una bella vacanza insieme". Peccato che mi ritrovo a partire il 18 settembre sera, al porto di Livorno, con la febbre a 38; passo una nottata d'inferno sdraiata per terra, tremando come una foglia e maledicendo il mare troppo mosso per il mio stomaco; arriviamo al villaggio che nemmeno mi ricordo come abbiamo fatto, mi butto su letto e lì resto per due giorni: i due giorni più brutti dell'anno. La notte successiva la passo piangendo per il dolore alla testa, amodes che corre per tutto il villaggio alle 3:00 di notte in cerca del dottore che non c'è, e la giornata trascorre in maniera devastante fra un aulin e una tachipirina... e dopo tutto questo, alle 19:30 quando riesco a stare in piedi per la prima volta dopo giorni, la prima cosa che mi viene in mente di fare non è godermi il panorama con quel santo che ha vegliato su di me notte e giorno, NO! Mi accendo una merda di sigaretta, e mi rendo conto di mangiare la merda vera. Mi arriva una boccata di catrame talmente tanto amaro da farmi rimpiangere di essermi alzata. Mi sono fatta così schifo che me la sono finita tutta quella merda, e lo ripeterò fino a farmi male, era pura merda. L'ho assaporata tutta, fino all'ultimo tiro, e mentre osservavo quella vista mozzafiato, mi vedevo da fuori piccola e mediocre, stupida e fallibile, così brutta che avrei voluto graffiarmi la faccia fino a trasformarla nell'orribile visione che avevo di me.
E ho detto: Fanculo! Fanculo alle sigarette e a quello che si portano dietro, io smetto.
Ho chiuso tabacco, cartine e filtri nel luogo più recondito della valigia, e ho deciso che per tutta la vacanza non li avrei più toccati. E così è stato, senza alcuna fatica, senza nessun rimpianto. Ho smesso addirittura di bere caffè, per evitare di avere lo stimolo di accendermene una...

Ma il rientro nella quotidianità non è stato così leggero come avevo sperato. Riprendere le abitudini senza la mia fedele compagna fumante si sta rivelando un vero percorso in salita, e mi sono trovata in un giorno a combattere con me stessa come se fossi schizofrenica pura: due Caterine che litigano sul da farsi e si insultano a vicenda.

"Dai ma una sigaretta che mi fa? Posso fumarla e smettere lo stesso, ma gradualmente!"
"Cretina, infida, e stupida ragazzina, così non smetterai mai! Fai 50 addominali piuttosto, così scemi quella pancia da chiattona!!!!!"

Eccomi in una battaglia all'ultimo sangue fra il bene e il male, fra il diavolo che è in me e il buon senso che dovrei avere e che sto credendo di non trovare più.
MA NON VOGLIO MOLLARE!

Perché pensare che una cosina lunga qualche centimetro, sia più forte della mia volontà, mi fa pena, troppa pena per poterlo accettare.
E io sono forte più di lei, che è una droga, e dovremmo cominciare a chiamarla come tale!

martedì 15 settembre 2015

LIS - di cosa stiamo segnando?

LIS - Lingua dei Segni Italiana, un arcano, un surrogato di miti e leggende che si spargono in ogni dove.
Prima di tutto è universale, questo significa che ogni sordo (e non sordomuto!) si esprime allo stesso modo, che sia inglese, italiano, francese, americano, cinese, indiano, e via dicendo. Ne esiste una sola? Certo che sì, come esiste un'unica lingua parlata, la Uanasghena Cinci di Siena, famosissima e codificata, che ci permette l'interazione fra popoli diversi.
Ma ora, secondo voi, può essere possibile che persone provenienti da paesi, regioni, nazioni e continenti diversi parlino la medesima lingua? Via, basta usare un po' di gnegnero per capire che questa convinzione è assurda quanto credere ai ciuchi che volano! Eppure, ad oggi, la prima affermazione che mi viene fatta appena i miei interlocutori vengono a sapere che sto frequentando un corso LIS è questa, che la lingua dei segni è universale. 
Non lo è, credetemi, e non solo non ne esiste una globale, ma neanche una nazionale, regionale, locale e via dicendo. 
Mi spiego meglio: quanti Italiano esistono? Uno, ovvio. Vero! Ma quanti dialetti ci sono nel nostro bel paese? La nostra lingua è codificata - e in quanto tale riconosciuta per legge dal nostro e dagli altri stati del mondo - e lo fu (codificata, intendo), per così dire, a tavolino. Non si studiarono le trasformazioni avvenute nel corso dei secoli per poi racchiuderle in un'unica lingua - non tutte almeno. Si scelsero le Tre Corone a baluardo della nostra favella, la codificammo per fare l'Italia ancor prima degli italiani, quasi come se partorito il dizionario, ogni individuo vivente sul suolo italiano se ne sarebbe sentito parte davvero e per la prima volta. Per questo la vera lingua Italiana - tutta la riflessione per mio modestissimo parere - non esiste nel parlato, ma solo nello scritto. Chiunque di noi si esprime in un dialetto generatosi nel tempo e nei secoli, sarà per questo che ci comprendiamo a malapena fra regioni. 
La LIS in questo non fa eccezione, così come le altre lingue dei segni. Ne esistono di varie e diverse, una per ogni nazione, e in esse si racchiudono dialetti molteplici per regione e città. Come esempio porto sempre la parola "settembre" che ad Arezzo è segnata in un modo e a Firenze in un altro.
Io ho iniziato il Corso LIS di primo livello presso l'ENS di Arezzo nel settembre 2013, per poi spostarmi l'anno successivo all'ENS di Firenze, e posso dirvi che ho dovuto integrare numerosi segni, per poter rimanere al passo con la mia classe. Tanto meglio, ne ho potuti conoscere di più e mi sono compresa al meglio con chi non segnava al mio stesso modo.
Segnare, sì, non parlare, e il segno è l'equivalente della parola, anche se non è del tutto vero... E' complicato da spiegare, ma una volta che ci sei dentro quella lingua ti cambia la vita. Ti insegna a osservare il mondo da prospettive diverse. Gli udenti sono abituati a discorrere anche senza il contatto visivo. Quante volte, parlando con qualcuno, ci affaccendiamo, scostiamo lo sguardo, diamo le spalle e diciamo la frase che più odio al mondo: "ti ascolto eh". Non è vero! Non mi ascolti! Sei impegnato a fare chissà cosa e non stai guardando me, la mia espressione, la mia postura. Sei altrove e lo sai, ma ti ostini lo stesso a farlo, anche se da fastidio a te, come a me.
Nella LIS sei costretto a guardare, a scrutare ogni più piccolo movimento, espressione, direzione, orientamento, sfumatura... vivi il qui e ora, e non puoi permetterti di perdere neanche un istante di ciò che sta accadendo.
Questo mi ha insegnato lo studio della Lingua dei Segni Italiana, a essere presente nell'attimo in cui qualcosa si manifesta, a non lasciarmi distrarre dal resto, ad amplificare i miei sensi, così come le potenzialità espressive del mio corpo, agente e padrone nello spazio.
Mi ci sono avvicinata per curiosità ed è diventata una parte importante di me, non solo una lingua che stavo studiando. Mi ha permesso di conoscere persone stupende, e altre no per carità, ma pur sempre di entrare in contatto con l'altro.
Oggi inizio il Terzo Livello, e mi sento come una bambina che torna a scuola, impaziente di mostrare a tutti il proprio zainetto nuovo! Io sfoggerò il mio quaderno Arbos, come ho fatto negli anni scorsi - ho le mie fissazioni, e per quanto riguarda lo studio rasentano livelli maniacali!
Varcherò quella soglia ritrovando vecchi amici e nuovi compagni di banco, felice di aver tenuto duro - non pensate che sia semplice! E' una lingua complessa e articolata, segue le sue regole e contiene un universo di eccezioni, ma ne vale la pena!
Per chi volesse informazioni, consiglio di andare sul sito dell'ENS e di cercare la sede più vicina alla propria città. Prendere informazioni non costa niente, e può aprire nuovi percorsi.
Buon inizio di scuola a me e ai mie compagni di corso!

Ah, ps: La Lingua dei Segni Italiana non è riconosciuta per legge dal nostro mitico stato italiano. La battaglia per il riconoscimento della LIS è lunga e difficile e vanta anni di impegno da parte delle numerose associazioni - fra cui l'ENS appunto, la più capillare e presente in Italia - sparse per tutto il suolo italiano. Ovviamente si tratta di un primato italiano - quello di non riconoscerla per legge intendo - dietro a cui si celano lobby farmaceutiche e dottori pro-impianto che farebbero impallidire chiunque. Credo, però, che con l'informazione e l'impegno da parte di tutti - sordi e udenti - riusciremmo a produrre risultati concreti, che già in qualche regione si iniziano a vedere.
In tal caso la scelta per l'impianto potrebbe essere una delle tante opzioni e non la più allettante, come in effetti lo è oggi.
Poiché un udente, con un figlio sordo, di fronte al dottore che spiega le numerose soluzioni chirurgiche - passate anche dallo stato, o quantomeno cofinanziate - potrebbe essere messo a conoscenza di una valida alternativa: quella di imparare una lingua insieme al proprio figlio e di concedergli la possibilità di esprimersi al meglio. In entrambi i casi andrà bene, ma almeno saranno state esposte tutte le strade possibili, e non solo alcune perché più fruttuose.
L'ENS, infatti, di fronte a chi chiede informazioni al riguardo, non inneggia a "Viva la LIS, abbasso l'impianto!". Dona tutte le informazioni, perché i genitori possano scegliere in piena libertà e coscienza personale. Lo Stato dovrebbe fare altrettanto!